Mese: febbraio 2012

Di giornalismo informatico

Siamo nel 2012, avrebbe dovuto già esserci stata non solo l’Odissea nello spazio, ma anche la seconda Odissea. Tra due anni ci sono gli skateboard levitanti di Ritorno al Futuro parte II.
Nel 2019 ci saranno i replicanti e cose che voi umani non potreste neanche immaginare tipo le scoregge in ascensore ai Bastioni di Orione (tra l’altro, mi chiedo, nei Bastioni di Orione, ci si entrerà con l’Ecopass?). La fuga da New York è un lontano ricordo e quella da Los Angeles sarà il prossimo anno.
Tra tre anni ci sarà Robocop! Robocop, capite? Quello di “Vivo o morto tu verrai con me.”, con uno così non puoi trattare.
– Ehi, Robby, offri tu?
– Vivo o morto, tu mi pagherai la colazione.
– … Tranquillo, Robby, che hai preso tu? Cappuccino e brioche?
Siamo già scampati a epidemie, asteroidi grossi come l’orologio di Giuliano Ferrara, Predator nella giungla, ultraviolenza e alberi di arance meccaniche, Sarah Connor e John Connor sono già stati salvati varie volte.
E’ vero, quelli sono solo film.
La realtà è quella che viviamo, a volte più indietro di come ce la siamo immaginata in passato, a volte migliore, a volte peggiore.
Il futuro sarà utopico o distopico?
Impossibile saperlo, ma uno della mia età, che ha visto nascere Internet e cambiare il mondo tecnologico in maniera davvero rapida negli ultimi 20 anni, considererebbe naturale che suoi coetanei comincino a scrivere di tecnologia, sui quotidiani. Gente che ha visto le stesse cose che ho visto io. Magari anche gli stessi film. Quindi dovrebbe saper distinguere tra progresso reale e fantascienza. O, per lo meno, tra boiata e informazione. 20 anni fa c’erano pochi articoli riguardanti la tecnologia, nell’informazione “mainstream”, pressapochisti e scritti male.
Oggi ce ne sono tantissimi.
Ma rimangono sempre pressapochisti e scritti male.
E allora mi chiedo: a chi vengono affidati gli articoli di tecnologia nelle testate nazionali? Come in qualsiasi ambito “scientifico”, si può essere divulgativi senza fare disinformazione. Uno potrebbe dirmi: “Ma tanto la maggior parte delle persone utilizza senza capire, che ti frega se un articolo dice stupidaggini?”. Secondo me, invece, il danno è molto maggiore di quello che si possa immaginare, perché oramai la disinformazione tecnologica è anche disinformazione culturale. La gente diventerà, di questo passo, sempre più convinta che la tecnologia sia una scatola chiusa, che le cose vadano usate linearmente senza farsi domande. Sta già accadendo. Andando avanti così, vedo realizzarsi la visione di Asimov, nel ciclo della Fondazione, di una “religione tecnologica”, che portata all’estremo nelle generazioni farà estinguere anche la conoscenza tecnica e i tecnici “veri”: avremo tecnologia che useremo, sapremo far funzionare, ma che non sapremo riparare. I “tecnici” saranno sacerdoti, ma sostanzialmente anche loro agiranno ignorando le cause e gli effetti. Se qualcosa si romperà, un giorno, sarà perché il TecnoDio vuole punirci, o darci un segno.
E la colpa non è solo dei produttori come Apple o Google, che cercano di creare utenza “uniformata”. La colpa è anche nostra, parlo di noi “tecnici”, noi “nerd”, che un po’ ci crogioliamo anche, nel nostro considerarci esperti, facciamo sorrisi di circostanza quando ci dicono “sei il mago dei compiuter!”, guardiamo con sufficienza l’utente medio, quando diamo in pasto un sistema nuovo a un campione di utenza diciamo che stiamo facendo i “monkey test”.
Dovremmo non solo vigilare sulle boiate che scrivono i giornali, ma cercare, per quanto possibile, di spiegare alla gente, agli amici, ai clienti, quando hanno qualche problema, che le cose sono più semplici e più controllabili di quanto non pensino.
Oh, io vi ho avvertito.
Quando poi vi troverete alla porta un esoscheletro con la faccia di Giovanardi che vi dice: “Sarah Connors?” non venite qui a piagnucolare.
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