Mese: marzo 2012

Breve storia semiseria di Internet

Breve storia semiseria di Internet

Come tutte le cose divertenti, Internet è nata negli anni Sessanta.

Come l'hard rock e come molte sostanze stupende più o meno connesse con l'hard rock.

A dire la verità all'inizio si chiamava ARPANET ed era una rete voluta dalla Difesa degli Stati Uniti per collegare tutti i computer. Attenzione: negli anni sessanta "tutti i computer", voleva dire collegare quattro cosi giganteschi, in altrettante Università, pieni di lucine e di bip bip.

Tutti dissero: che fico, colleghiamo TUTTI i computer!

Qualcuno chiese: ma perché collegarli?

Fu allora che nacque la prima risposta nerd della storia: "Perché possiamo".

Quindi con molto entusiasmo venne costruita una rete tra 4 Università, che andava alla velocità di 50 Kbps, bene o male come oggi quando ti portano un'ADSL da 9 euro al mese e tu pensi "fico, spendo pochissimo!".

Quando tutto funzionò furono molto soddisfatti, solo che tutti i nerd che parteciparono all'impresa vennero presi da una depressione totale. Ai tempi nessuno riuscì a capire come mai.

Interrogati, dicevano che era come se mancasse qualcosa, ma che non sapessero spiegarsi cosa.

Nel tentativo di capire cosa mancasse, con il crescere del numero dei computer, continuavano a interconnettere sempre più "nodi", espandendo velocemente la rete ARPANET anche oltreoceano, diventando INTERNET.

Ovunque, il grande entusiamo per aver permesso di avere un mattone in più nella Rete, veniva seguito da un periodo di grandissima tristezza e mancanza di prospettive per il futuro, cadute o ricadute nell'hobby dell'alcool o nel vizio delle slot machine.

Una lacuna che si sarebbe colmata solo molti decenni dopo.

Intanto le cose progredivano molto velocemente, nel tentativo di capire cosa mancasse a questa invenzione, e vennero inventate le email.

La regina Elisabetta d'Inghilterra, nel 1976, è stata la prima vecchia bastarda a mandare una mail e a dire poi al tennico che la stava assistendo: "Non funziona niente". Accusando poi il tennico che da quando era stata installata la mail, il Commonwealth non funzionava più così bene come una volta. (cfr. articolo precedente alla voce "Sindrome della catastrofe conseguente")

Nel 1979 un tizio chiamato Kevin MacKenzie, tristissimo per il fatto di avere un nome e cognome tipici di un bullo da film americano con il giubotto imbottito (anche se non andavano ancora di moda i giubotti imbottiti), di quelli che sanno il karatekìd malvagio e poi vengono sconfitti da uno sfigato che ha imparato il karatekìd buono lucidando l'auto a un pedofilo cinese, scrisse in una mail

:(

inventando l'emoticon. Subito le email si riempirono di simboli indicanti lo stato d'animo:

:) ——> Sono contento!

:D ——> Sorrido gaudente!

;) ——> Ammicco maliardo!

: ——> C'è del disappunto in me!

:O ——> Basisco!

:o ——> Basisco più discretamente!

:* ——> Ti elargisco un bacetto!

Pensate, solo molti anni dopo, intorno alla fine degli anni 90, venne declinata da un genio (nella fattispecie io) la faccina al contrario:

):

che avrebbe dato nuovi significati alle emoticon:

(: ——-> Ho della contentezza in me ammantata di misterioso fascino!

D: ——-> Non potendo sorridere gaudente covo una rabbia indescrivibile!

(; ——-> Ammicco maliardo e ammantato di misterioso fascino!

/: ——-> Giudizio Sintetico a priori!

: ——-> Giudizio Analitico a posteriori!

O: ——-> L'inconcepibilità mi colpisce!

o: ——-> E' strano ma plausibile!

*: ——-> Limoniamo come se non ci fosse un domani!

|=:7 —–> Adolf Hitler

|:7 ——> John F. Kennedy prima dell'attentato

dX# ——> John F. Kennedy dopo l'attentato

Cominciarono a nascere dei metodi di comunicazione tra nerd, chiamati BBS (Bulletin Board System, i progenitori dei nostri forum). Si era molto vicino alla scoperta di quello che realmente mancava alla Rete, e le BBS furono un salto in avanti enorme: facendo spendere un capitale in bolletta telefonica ai propri genitori, era possibile collegarsi tramite un MODEM a un altro computer dove risiedeva questa BBS e dove si potevano lasciare messaggi e file che gli altri utenti avrebbero potuto scaricare.

Comincia a nascere anche in Italia un sottobosco che pullula di giovani considerati per lo più dei disadattati e dei sociopatici e guardati malissimo se su un autobus si azzardavano a usare espressioni oscure come "ho installato Excalibur, devo vedere se collegandomi con il modem da remoto si riesce ad accedere".

Pensate, all'inizio l'Italia fu uno dei paesi più avanzati, nel magico mondo di Internet. Robert Khan, nonostante avesse il cognome uguale a quello di uno dei personaggi più cattivi di Star Trek, convinse il dipartimento di Difesa USA a finanziare il centro di ricerca di Pisa per l'acquisto delle tecnologie necessarie, nella speranza che almeno gli Italiani riuscissero a capire cosa mancava alla Rete. Era il 1986 e la Rete arrivava in Italia, terzo paese in Europa dopo Inghilterra e Norvegia. Oggi, nel 2012, siamo il penultimo paese Europeo per velocità media delle connessioni, insieme alla Grecia e con in coda solo la Spagna.

Che dire: soldi ben spesi, quelli del Dipartimento USA!

Comunque niente da fare, ancora non si capiva cosa mancasse a internet, fino a quando al CERN di Ginevra, nel 1991, un ragazzotto ripieno di intelligenza, Tim Berners-Lee, che era solito bullarsi con gli altri ricercatori per il fatto di avere un cognome con il trattino alto in mezzo, e quindi con molti più punti-nerd degli altri colleghi, inventò il WWW, ovvero il modo di organizzare delle risorse documentali internetiche tramite pagine collegate tra di loro, navigabili tramite un browser.

Allora cominciò a farsi strada un'idea: ehi, da questa roba ci si possono fare soldi.

La parola "soldi" contribuì ad accendere una lampadina nella testa di gente non nerd, che non ci capiva un cazzo e che poteva però fare in modo che Internet uscisse dalle cantine e dai laboratori, diventando un prodotto di massa.

Ma c'era un problema. Le BBS. Tutti quei nerd che avevano messo in piedi una miriade di posti fuori controllo.

Era la metà degli anni 90 e poco prima che nascessero i primi provider di connettività, venne organizzata una grande retata con lo scopo di chiudere le BBS, con la seguente scusa: "Sono un mezzo di diffusione di software copiato".

Ma le forze dell'ordine non sapevano esattamente cosa stessero cercando, non esisteva ancora la Polizia Postale e si poté assistere a delle scene piuttosto tragicomiche di finanzieri che sequestravano:

– sacchetti pieni di dischetti rotti

– monitor

– joystick (potente strumento atto alla copiatura del software)

– frullatori

– scatoloni di saccottini del Mulino Bianco.

La vita di inconsapevoli famiglie venne sconvolta dalla notizia di avere cresciuto un figlio che nella cantina avesse messo in piedi una BBS.

Ricordo chiaramente la madre di un mio amico, che piangendo sulla spalla di mia madre, diceva: "Beata te che hai un figlio tossicodipendente! Il mio mi hanno detto che è un àchers!"

Quando Internet divenne un prodotto commerciale, i signori coi soldi e le lampadine in testa capirono subito cosa mancasse e cosa per tanto tempo si era cercato: il porno e il cazzeggio.

Era la fine degli anni 90 e nasceva l'Internet come la conosce oggi la maggior parte delle persone.

Oggigiorno è normale sentire delle vecchie dire in autobus: "Ieri ho mandato una mail al mio provider perché da quando ho il router nuovo la lavatrice perde acqua, se non mi sistemano il problema cambio operatore".

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Informatica e psichiatria

Un tennico informatico di una certa esperienza, riconoscerà due distinte, ma complementari, sindromi negli utenti di una rete nella quale il tennico stesso abbia appena fatto un lavoro di aggiornamento dell’hardware/migrazione di server/aggiornamento software.
Ciascuna delle due sindromi possono presentarsi sia singolarmente che combinatamente.

1. Labirintite Informatica Acuta


La prima delle due sindromi, sicuramente la più comica, è descritta nei manuali anche come “Sindrome dello spostamento delle icone”.
L’utente, posto di fronte al suo schermo nel quale siano state riposizionate le stesse identiche icone che ha sempre avuto, comincerà a innalzare lamenti patetici:
“Non ci sono più i miei programmi!”
“Dove sono finite le mie cose?”
“QUI E’ CAMBIATO TUTTO!”
“Ah Natura Matrigna!”
“Non vedo più! Sono diventato cieco!”

I casi più gravi cominciano a vagare in trance asserendo di avere visioni mistiche e tenendo in mano immagini sacre.
Lo shock piscologico è talmente forte da causare una vera e propria paralisi della parte posteriore del lobo frontale: anche indicandogli l’icona che cerca, l’utente dirà: “Dove? Dove?”
Generalmente gli utenti portati a questo tipo di disturbo cerebrale guariscono da soli, riacquistando piano piano quasi tutte le funzionalità motorio-visive nel giro di qualche giorno, fino a che non avranno riposizionato tutte le iconcine esattamente come erano prima. Il trauma però, si cumula e ogni volta che accade qualcosa del genere, è sempre peggio rispetto alla volta prima.
Ci sono utenti che dopo aver subito più di due reinstallazioni del proprio computer, sono stati trovati rifugiati in un angolo mentre, dondolando avanti e indietro con il corpo, accarezzavano una fotografia del proprio desktop con le icone posizionate in modo consueto, ripetendo frasi come: “Le mie icooooone. Le mie ssssplendide icoooone. Ssssssono tutte mmmmieeee e sono tutte ordinateeee.”

2. Sindrome della catastrofe conseguente.


E’ sicuramente la più antipatica delle due. Si presenta regolarmente, anche in seguito a interventi non tanto intrusivi da scatenare la Labirintite Informatica.
Il tennico che abbia fatto un qualsiasi intervento all’interno della rete, anche solo aver cambiato un cavo di alimentazione a una calcolatrice elettrica Texas Instruments del 1974, verrà accusato da lì in poi di essere stato la causa di qualsiasi problema successivo all’intervento. 
Le frasi sono queste:
“Hai fatto qualcosa al mio piccì?”
“E’ apparso un messaggio quando hai cambiato quel cavo, clicco sì o no?”
“Prima che facessi tu qualcosa, non capitava”.
“Mi è venuto un capello bianco, non è che hai fatto qualcosa?”
“Mia madre non mi ha allattato al seno ed è sicuramente colpa tua”.
I tennici temono tantissimo questa manifestazione di totale deficienza intellettiva dell’utente, perché sanno anche benissimo che è praticamente impossibile discolparsi. Non importa che il problema sia davvero relazionato a quello che sia stato fatto: il tennico è il colpevole e deve rimediare. Questo perché l’utente è totalmente incapace di non collegare con una relazione di causa-effetto qualsiasi fenomeno che gli dia quindi l’occasione di dire: “Non riesco a lavorare più bene, da quando è venuto quel tennico”.
Capita così che interventi preventivati di 5 minuti si trasformino in catastrofi da giornata intera.
O che le illazioni si protraggano con assegnazione di colpe che ricadono fino alla quarta generazione: “Da quando hai cambiato la pila all’orologio dell’ufficio, 4 anni fa, la rete è diventata sempre più lenta”, laddove ovviamente il fatto che l’idiota stia scaricando con emule 40 petabyte di film porno-animal-amateur-grind-lesbo-spaziali non ha la minima incidenza.
Questa sindrome non è purtroppo curabile.
Si presenta con intensità più o meno marcate a seconda di quanto il QI dell’utente si distacca da quello di un cercopiteco.

L’unica risorsa per il tennico saggio è quella di non tentare neanche di discolparsi, ma di accarezzare sul capino il povero scimmiotto, rassicurarlo che tutto verrà messo a posto e, se si comporta bene, dargli in pasto uno zuccherino.
Il tennico esperto porta sempre con sé degli zuccherini.

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I nativoamericani e la loro scampata estinzione.

Leggevo poco fa di una disputa tra dei nativi americani e la società che ha costruito lo Skywalk sul Grand Canyon.
Io ci sono stato sullo Skywalk, e mi sono venuti in mente dei ricordi che c’entrano con il titolo.
Innanzitutto c’è da dire che i nativi americani sono oramai dei business men imbolsiti dall’alcool e la cosa più nativoamericana che fanno è venderti gli acchiappasogni nel Grand Canyon.
Spiego cosa è lo Skywalk: è una sorta di passerella, a ferro di cavallo, che spunta dalla roccia, a un’altezza di un chilometro e mezzo dal fondo del canyon.
Ah ho dimenticato un dettaglio: la passerella, è di plexyglass. Sia le pareti che il fondo. Quindi cammini su un nulla alto 1 km e mezzo.
Già sceso dal pullman che ci aveva portati da las vegas a Eagle Point, vedendo quella cosa, depositai una ingente e metaforica chilata di polifosfati compattati organici civili comunemente detti “merda”.
Ma oramai ero lì, non potevo dire: non salgo.
Allora sono salito e ho cominciato a camminare a piccoli passi, aggrappato all’unico corrimano (fissato su una parete di plexyglass), cercando di non guardare né giù, né su, né a destra, né a sinistra, ma senza tenere gli occhi chiusi, per non aggiungere anche la totale cecità a quella situazione.
E’ difficilissimo riuscirci. Ma io ce la stavo facendo.
Camminavo a chiappe strettissime e a passi piccolissimi ripetendomi: “fin qui tutto bene. fin qui tutto bene. un altro millimetro. fin qui tutto bene.”
I miei compagni di viaggio, Attilio e Davide, solidali, mi prendevano per il culo correndo avanti e indietro e facendo coreografie di Fred Astair e Ginger Roger sulla lastra di plexyglass. Il terzo, Marco, era messo bene o male come me, ma con più dignità nello sguardo. Essendo ignegnere, si fidava ciecamente di chi aveva progettato quella cosa infernale.
Comunque sebbene sembrassi un gattino appeso a una tenda sotto la quale stessero dei mastini affamatissimi, mi stavo comportando bene. Con la giusta dose di basso profilo stavo diventando trasparente anche io e proseguivo la mia conquista, millimetro dopo millimetro, concentratissimo per convincere il mio cervello che quella cosa sotto i miei piedi non fosse uno strapiombo di un chilometro e mezzo, ma semplicemente una jpeg anche poco definita proiettata su quello strano schermo LCD sul quale stavo camminando. A un certo punto la mia mano incontra una mano rugosa e rubizza.
Alzo lo sguardo, è a metà del mio percorso, per farvi capire: proprio sulla punta della curva di quella “U” che stavo percorrendo, c’era un nativoamericano ciccionissimo appoggiato con la schiena al corrimano, che mi guardava con il tipico sguardo che nella lingua degli Hualapai significa: “piccolo italiano pizza spaghetti mandolino mamma cacca into mutanda! arh arh arh!”.
Stava lì perché in America ci sono tappe fisse anche nel divertimento, e quindi lì è il punto nel quale ti devi fare la foto con il nativoamericano ciccione.
A quel punto mi giro verso i miei compagni di viaggio, che mi guardavano silenziosi e dico: “Porca puttana, mo’ devo circumnavigare l’indiano!”.
(Ora passo al tempo presente per aumentare la suspance.)
Loro solidali scoppiano a ridere. Dave traduce la mia frase a una guida ciccioamericana che si mette a ridere e la riporta a tutto il gran Canyon che si mette a ridere indicandomi.
Il ciccionativoamericano, mentre cerco di circoscrivere a piccoli passi la sua panza guardandolo negli occhi, proprio quando stavo per riaggrapparmi al corrimano, mi spintona e mi ritrovo in piedi, da solo, al centro del pavimento di plexyglass con alcune scelte possibli:
– svenire
– aumentare il volume di polifosfati compattati organici civili comunementi detti “mmerda” all’interno del mio vestiario
– sfoderare la spacconeria italiana, mia dote naturale tra l’altro amplificata dal fatto che sono mezzo siciliano, mezzo pugliese e sono nato a Roma.
Guardo l’obesonativoamericano e gli dico:
“Ah indià. Se ce riprovi t’estinguo, l’anima de li stramortacci alcolizzati tua e di manitù”.
Il ciccionativo deve aver capito e non ha replicato. Muto.
Al che mi sono diretto a passo sicuro, senza più aggrapparmi, verso la porta che mi avrebbe ridato accesso alla terra ferma.
Varcata la quale mi sono aggrappato a una ruota del pullman per staccarmi dalla quale ci si sono messi in tre, compreso un canadese che mi chiese: “Ma in italia non avete canyon come questi?” e al quale risposi: “Sì, uno dalle parti di Brindisi”.

Tutto questo per dire cosa? Che gli Hualapai si preoccupano tanto dello Skywalk ma non sanno che hanno rischiato tantissimo, se solo non fossi stato impossiblitato nei movimenti da quella metaforica quantità di polifosfato compattato organico civile.
A me gli indiani stanno simpatici, ma quella volta ho fatto il tifo per il Generale Custer.

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Fèscion

Sulle cose che riguardano la “moda” sono lento. Proprio in assimilazione mentale.
Faccio un esempio: spesso mi sono trovato a discutere (soprattutto con le ragazze) sul dogma “Blu e nero fa cacare”.
A parte la banalità filosofica che “fa cacare” in senso assoluto non esiste [a parte Amanda Lear che fa rimming (non cercate su google se non lo sapete) a Emilio Fede (non cercate su google)], io ho sempre sostenuto una cosa: la sensibilità cromatica di chi segue la moda, cambia a seconda di quello che i produttori di moda decidono. Se un giorno uno stilista dirà che “Blu e nero è una ficata”, tutti, anche quelli che ora sostengono che “fa cacare”, diranno “Blu e nero è una ficata”.
Basterà una sfilata intolata “Blue et noir la figuété”, un servizio gosipparo di Linsday Lohan che piscia ubriaca e alle caviglie ha degli slip blu e neri, Angelina Jolie che tiene in braccio bambini con il ritmo nel sangue denutriti indossando un velo sulla testa blu e nero e subito quel dogma verrà dimenticato.
Però le persone con le quali ho discusso mi hanno detto tutte che non è vero, perché a nessuno stilita verrà mai in mente di lanciare il blu e nero.
Io non ci credo, ma questa cosa ammetto che potrebbe anche essere un mio difetto, perché io SO di aver un gusto pessimo, di andare in giro vestito come uno straccione, con la roba lisa e rotta, ho solo due paia di scarpe e le compero solo quando quelle che ho sono coi buchi sotto le suole, so di mettere sempre i calzini spaiati (tenere in ordine i calzini a coppie fisse mi sembra una cosa estremamente bigotta, per me i calzini devono essere liberi di amarsi come preferiscono. Invece ‘sta cosa che i calzini nascono insieme e devono morire insieme, mi sa tanto di quei matrimoni combinati di una volta. Insomma, quando metti i calzini in lavatrice la prima volta, gli fai assaporare la libertà della promiscuità, poi che fai? Li riporti indietro con fare bacchettone? Comunque questa è un’altra storia).
Dicevo: io so che non ho buon gusto in fatto di vestiti e di moda e generalmente appena il mio cervello intercetta il concetto di “moda” di spegne, quindi quello che sto per dirvi a voi potrebbe sembrarvi una cosa scontata, ma io l’ho scoperta stamattina, e già non è facile scoprire certe cose domenica mattina.
Ci sono dei ragazzi e delle ragazze… orribili, non trovo altra parola. Ma proprio brutti fuori e, da come scrivono, brutti anche dentro, che tengono dei blog “fashion”. Dei blog dove si fanno delle foto scadenti in situazioni scadenti, magari di fronte a un palazzone della periferia di una città con sullo sfondo un pensionato con al guinzaglio un cagnino che sta depositando di fronte al mondo un obelisco di merda, e loro in pose plastiche; sotto la foto, ci scrivono la marca delle cose che stanno indossando – cose orripilanti, con abbinamenti di colori che A ME fanno molto più schifo del blu-nero.
Ma io non ho neanche il coraggio di linkarvi questi blog perché preferirei essere sorpreso mentre guardo un film dove dei nani con le maschere dei presidenti degli stati uniti fanno sesso tra di loro guardando Amici di Maria de Filippi, che rischiare di avere il mio nome associato in qualche indicizzazione contestuale a quei link.
Ma non è tutto, se ho letto bene, alcuni di questi ragazzi orripilanti “collabora” con delle marche.
Ecco, queste case di moda sono sicuro che sappiano quanto siano ridicoli questi ragazzini, sanno benissimo che attirino molte visite proprio per la loro ridicolaggine, e quindi sono convinto che sfruttino questo moderno circo dei freak per pubblicizzarsi presso i loro coetanei. Magari ho capito male, ma secondo me è così.
Ora voi mi direte che “si sapeva già”, ma io vi giuro che non avrei mai immaginato una tale voragine nell’umanità.
Ok, ho finito il mio anatema.
Ora vado a riflettere tantissimo.

Buona domenica a tutti.
Il vostro Fra.

p.s.: per chi volesse il link del sito coi nani, mi contatti in privato.

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Pubblicità Progresso

Quando darò il via alla mia personalissima Apocalisse, uno speciale trattamento verrà riservato all’inventore della Smart.
Ma non dimenticherò nemmeno i possessori, anche se in misura minore. D’altra parte, è già abbastanza crudele far guidare loro un’auto che si chiama Smart. Sarebbe come mettere me su una macchina che si chiami “Slim”: una presa per il culo su 4 ruote.
In ogni caso, l’inventore, ma non solo, anche il proprietario della swatch e della mercedes, tutti i dirigenti e i responsabili della commercializzazione, verranno prelevati e subiranno dei trattamenti che non rispetteranno manco per il cazzo il ph naturale della loro pelle.
Quindi verranno messi nel sale. Poi delle squadre di medici bravissimi cureranno le loro ferite superficiali, ovviamente medici bravissimi ma con terrificanti turbe sessuali. Quando la loro pelle sarà guarita, ricomincerò daccapo, ogni volta con attenzioni sempre più profonde, finché curarli sarà impossibile.
Quando avrò finito di divertirmi, mi rivolgerò ai possessori di Smart, che avrò tenuto legati a osservare tutto, e dirò loro:
“Anche se avete una macchina per bimbi speciali, quando vi mettete nei parcheggi a spina di pesce, nessuno vi obbliga a spingere la vostra macchinetta del cazzo fino in fondo, cosicché io arrivando pensi: ‘Oh che bello, un posto!’, salvo poi rimanere delusissimo nel vedere il culo della vostra orrenda carrozzella a motore.
Quando entrate in un parcheggio, potete tranquillamente lasciare l’auto un po’ più indietro, in modo che il culo sia in linea con gli altri. Perché non ci pensate? Perché non pensate al prossimo? Io penso sempre a voi. Ogni giorno faccio la buona azione di pensare che sia meglio lasciar correre piuttosto che uccidere voi e la vostra abominevole schiatta. Ora andate, sono sicuro che avete imparato la lezione.”

P.s. se hai una smart, parcheggiala responsabilmente.
Ogni anno un serial killer latente stermina più possessori di smart che moscerini.
È una campagna a favore della Vita e della More.

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

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Edda e La Venere Bianca

Ancora una volta parlo di Stefano “Edda” Rampoldi, e del suo lavoro fuori da ogni canone produttivo-musicale italiano.
“Odio i Vivi”, l’ultimo album uscito a fine Febbraio, è il mattone che completa il precedente “Semper Biot”, in tutto e per tutto.
E’ un album in bilico tra dolcezza e nevrosi, ma che non cade mai.
E’ difficile a un primo ascolto, ma diventa sempre più chiaro, come un puzzle che si dipana lentamente nella testa.
E’ uscito il video ufficiale della title track, e ancora una volta sono rimasto stupito, affascinato e commosso.
Perché non è un normale video musicale, dove c’è una canzone e una qualche idea filmica dietro.
E’ un video/corto/intervista con due protagonisti: la voce di Edda e Manuela Falorni, meglio conosciuta come La Venere Bianca, ex porno star che tuttora partecipa a spogliarelli hardcore e chat line erotiche.

E’ la rappresentazione di un Limbo, Viareggio, popolato da mostri di cartone, da dolcezza invecchiata ma ancora forte, da arte invedibile e inascoltabile di artisti che hanno visto in faccia il dimenticatoio.
E’ il paradiso distorto dei rinnegati.
Odio i Vivi, ho i miei motivi, ma me li tengo per me.

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Aglieni

L’immagine che vedete qui a sinistra è stata osservata nella nostra Galassia, dalle parti di Plutone.
E’ riproducibile anche inserendo le coordinate sul sito di sky-map.org.
Gli scienziati sono generalmente scettici, dicendo che si tratti di difetti di visualizzazione, masse non solide o rifrazioni o vattelapesca.
Craig Kasnoff del SETI dice invece che si tratti di tre oggetti in rapido avvicinamento alla terra, guardacaso dovrebbero arrivare per dicembre (quello nella foto è il più grosso dei tre). 

Visto così sembra un enorme stronzo di puffo spaziale, ma parliamo di un oggetto che è grosso come New York (o come la spilletta che Giuliano Ferrara si è fatto costruire con su la faccia di Berlusconi) e se ora è dalle parti di Plutone e a dicembre sarà qui, vuol dire che se ne fotte degli Autovelox e dei Tutor.
Quindi, OVVIAMENTE, parliamo di una forma di vita aliena, ostile, con la nave blu tamarro probabilmente anche ribassata e con le lucine da bullo di periferia.
Prima cosa: dire alla Lega di non perdere tempo con i nekri e i teroni e di cominciare a stampare dei manifesti contro gli extraterrestri. Che vengono qui a succhiare i cervelli e rubare il lavoro agli extraterrestri padani.
Seconda cosa: bisogna accelerare la realizzazione di quella mia vecchia idea: l’associazione venatoria a favore della caccia all’alieno. Se arrivano e hanno una forma solida, non vedo perché non debbano essere buoni cucinati alla fiamma, o al forno.
O con una fetta di limone al carpaccio.
Già mi vedo varie declinazioni regionali, tipo la Cassoeula Straterèster qui in Lombardia, oppure la Poenta e Marsiano nel triveneto, i Saltimbocca alla Venusiana vicino al Colosseo e L’Alieneddu sardo, cucciolo di alieno ancora da latte, cotto ovviamente a terra e con un sacco di spezie odorosissime.
I fini gourmet terrestri non possono farsi trovare impreparati, dico io.
Anche gli intenditori di vini,devono cominciare a pensare alle varie associazioni. Per esempio, col filetto di alieno è meglio un rosso corposo? E se avessero le branchie? Dovremmo andare di bianco?
Che poi io il rosso lo bevo anche con il pesce, però c’è gente che ci tiene.
Niente, quindi questo pezzo a cosa serve?
Beh per dirvi che gli aglieni stanno arrivando e che decederemo tutti di incontro ravvicinato del quarto tipo (quello senza precauzioni).
Auguri.

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