La dichiarazione dei diritti in Internet: un affascinante esercizio costituzionalista, che fa acqua da tutte le parti.

Le dichiarazioni dei diritti sono una cosa importante.
Ogni volta che ne viene stilata una, c’è qualcuno che, nella migliore delle ipotesi, dice che sia inutile, a prescindere. Questo lo sa bene Rodotà, presidente della commissione che ha prodotto questo documento, che infatti dice:
 

Anche della Carta dei diritti dell’Unione Europea si diceva che non sarebbe servita a nulla, si è poi visto quanto sia stata utile

Mi sono preso del tempo per analizzare gli articoli di questo documento, e vorrei spiegare dove, a mio giudizio, stanno le falle.
Innanzitutto una “carta dei diritti”, generalmente, è utile quando si applica allo scopo di “armonizzare” entità che sono pienamente normate o normabili: una carta dei diritti dell’Unione Europea era necessaria, perché dovendosi unire paesi con normative diverse e sensibilità diverse riguardo diversi argomenti, era utile avere dei principi “base” dei quali quegli Stati avrebbero dovuto tenere conto, da lì in poi, in sede legislativa.
Internet, per quanto ci siano vari tentativi di comprenderla o renderla comprensibile attraverso quel raggruppamento, in realtà molto parziale e impreciso, costituito dai social network, non è uno Stato, né una piattaforma.
E’ semplicemente un insieme di infrastrutture, che a loro volta ospitano piattaforme, alcune delle quali volte alla fruizione di servizi pubblici, altre volte all’intrattenimento, altre accessibili in modo più o meno ristretto, e così via.Può sembrare una pignoleria da informatico-nerd, ma usare “internet” come sineddoche che raggruppa gli utenti, le diverse piattaforme, i diversi scopi, è proprio il tipo di errore che una carta dei diritti non dovrebbe fare, semplicemente perché la espone maggiormente a eccezioni, quindi la predispone intrinsecamente al dimenticatoio. Non andrò necessariamente in ordine di articoli.

E’ chiaro, leggendo il documento, che gli autori intendessero stabilire dei principi soprattutto riguardo l’universo dei servizi social e istituzionali ai quali gli utenti  generalmente accedono tramite la loro interconnessione, è anche chiaro che “Internet” e “Web” o “Rete” siano diventati, con l’uso popolare, di fatto sinonimi, ma è proprio qui che evidenzio la prima contraddizione di questa carta: l’Art.3 “diritto alla conoscenza e all’educazione in rete”, al suo interno stabilisce che le istituzioni si devono impegnare a promuovere un uso consapevole del mezzo, ma questo documento, non evidenziando e chiarendo, lui per primo, quali siano gli “attori” che compongono questo mondo magico che la gente chiama Internet, perde la grande occasione di dare il buon esempio. Inoltre, manca una questione fondamentale: in questo articolo 3, a meno che non mi sia sfuggito, nulla dice che le istutuzioni stesse, per prime, nelle persone dei deputati, dei funzionari e dei politici, dovranno essere non educate, ma OBBLIGATE a un uso consapevole delle piattaforme in Rete.
Se i membri di questa commissione volessero avere qualche esempio sul quale ragionare, vorrei suggerire loro di dare un’occhiata all’account Twitter @ItaGovEdits, e cioè l’account che montiora costantemente le modifiche anonime fatte a voci di Wikipedia dall’interno delle reti informatiche della Camera, del Senato, della Presidenza del Consiglio e della Repubblica. Oppure potrebbero analizzare il “peggio” dell’uso dei social di alcuni politici, come Gasparri o Salvini, per stabilire, al di là dei diritti, quali siano i doveri dei rappresentanti delle istituzioni riguardo all’uso consapevole, prima ancora di dirci che le istituzioni favoriranno un uso consapevole da parte degli utenti.
O ancora, grazie al collettivo Gilda35, abbiamo questa bellissima EgoTrap che ci può dare informazioni interessanti in merito a come molti politici usino i loro profili social.
Se mi è concesso un paragone sfacciato, se è giusto che, nell’esercizio delle proprie funzioni, un politico eviti di andare a puttane, allora è anche giusto che eviti di usare le piattaforme social come la propria puttana.

Andiamo all’articolo 2, “Diritto di accesso”.
La retorica dell’accesso a Internet come diritto fondamentale è un terreno confuso. Se l’accesso a Internet deve essere inteso idealmente come l’accesso all’acqua pubblica o l’elettricità, le quali comunque hanno un accesso non libero e condizionato da specifiche condizioni economiche, ci allontaniamo dal problema reale e quindi facciamo sì che all’articolo manchi l’unica cosa che uno Stato può fare, in questo ambito: il comma 2 dell’articolo e il comma 5 non parlano in alcun punto del superamento delle difficoltà infrastrutturali nell’accesso a internet. Si parla di divario digitale dato dalle condizioni economiche, di genere (?) o sociale, ma mai di divario digitale dato dall’inadeguatezza delle infrastrutture. Che poi sono di proprietà di società private, le quali, in una situazione di libero mercato, stabiliscono le proprie condizioni di uso ed economiche, quindi il paradosso aumenta: lo Stato può permettersi, realmente e al di là delle dichiarazioni di facciata, di andare oltre alle dichiarazioni di facciata, riguardo il digital divide? Forse è meglio affiancare, anche qui, ai diritti, una dichiarazione riguardo i doveri che le istituzioni hanno di cercare insieme ai soggetti privati le adeguate soluzioni infrastrutturali. Perché vi garantisco che, per quanto sia sempre bello citare questioni di carattere umano e filosofico in documenti di questo tipo, il problema dell’accesso a internet non c’entra proprio nulla con questioni di parità o di genere, ma spesso riguarda proprio, banalmente, l’ingarbugliato casino di cavi che, di fatto, E’ la rete.
Se uno è trans e non c’ha la centralina collegata alla permuta giusta in centrale, non è che non entra in Internet perché è trans.

Articolo 4, neutralità della rete.
E’ un bel concetto, ma diciamoci la verità: dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, di qua e di là dell’Oceano, ancora nessuno ci ha capito un cazzo di cosa dovrebbe essere questa neutralità della rete. E’ il classico concetto che un po’ è bello, ma un po’ rema contro la realtà. E’ giusto che Netflix faccia un accordo con Telecom e che questo accordo presupponga che gli utenti con connessione Telecom abbiano una qualità dell’immagine che sia migliore di me, che mi affido per l’accesso a Internet a un operatore diverso? Gli utenti Telecom diranno: certo che è giusto, io pago più di te, posso avere un servizio migliore. Dato che siamo in un libero mercato, Netflix e Telecom potranno dirmi: cazzo vuoi, compra una linea più grossa o prenditi anche tu l’offerta Telecom.
Secondo me non è giusto, ma di fatto, come si smuove la situazione? Chiedo allo Stato una sovvenzione per una linea T3 e il comodato gratuito di un router CISCO? Dubito che, nel mondo di oggi, soprattutto nel mondo Occidentale, uno Stato possa impedire un accordo commerciale di questo genere, così come di altri mille e diversi tipi di accordi commerciali tra piattaforme e infrastrutture che favoriscono questo o quell’utente.
Però la “neutralità della rete” sta sempre bene, fa fino e non impegna, quindi mettiamoci un articoletto con un paio di commi generici che non danno fastidio, va.

Articolo 8, trattementi automatizzati.
Questo è buttato lì ma è complesso: “Nessun atto, provvedimento giudiziario o amministrativo, decisione comunque destinata ad incidere in maniera significativa nella sfera delle persone possono essere fondati unicamente su un trattamento automatizzato di dati personali volto a definire il profilo o la personalità dell’interessato”.
Sembra voler dire: non puoi essere discriminato, giudicato, perseguito o “catalogato” in base a quello che di te c’è sulla Rete o su qualsiasi archivio digitale. Se ho capito bene e vuol dire questo, il suo difetto principale è proprio che forse è meglio come l’ho esposto io. Ma se fosse esposta così, ci sarebbe un problema che deriva sempre dal fatto che viviamo in una situazione di libero mercato. Mi spiego: se questo articolo diventasse materia di legge, potrei pretendere che un’azienda non valuti il mio colloquio professionale attingendo informazioni su like della mia pagina facebook. Per farla breve: potrei denunciare un’azienda se avessi il sospetto che mi hanno scartato perché hanno visto che su Facebook ho messo il like alla pagina di Salvini.
Ora, sappiamo tutti che le agenzie di recruiting e gli uffici del personale, lo fanno, ma li si può davvero biasimare? E se li biasimiamo e impediamo questa pratica, dovremmo aggiungere, per onestà intellettuale, che QUALSIASI giudizio discriminatorio basato solo sulle informazioni online, diventi un reato. Per inciso, è quello che fa la stragrande maggioranza degli utenti della rete quando commentano un articolo. Quindi qui il paradosso si intreccia a doppio filo con l’articolo 3, più sopra, riguardante l’uso consapevole delle piattaforme da parte degli utenti.
In solido: va bene i diritti, ma dove cominciamo a parlare dei DOVERI degli utenti, senza i quali non possono esistere i diritti? Parliamone andando al prossimo articolo

Articolo 9. Diritto all’identità.
Di questo articolo, che in sostanza dice che ognuno ha il diritto di avere un’identità aggiornata e coerente in Rete (ma questo dovrebbe essere un dovere di ognuno, appunto, quello di manutenersi le proprie informazioni avendo coscienza di ciò che vuole e può condividere), mi preme il comma 3: “L’uso di algoritmi e di tecniche probabilistiche deve essere portato a conoscenza delle persone interessate, che in ogni caso possono opporsi alla costruzione e alla diffusione di profili che le riguardano”. Cosa si vuole dire? Perché se si vuole dire che Google o Facebook devono esporre i propri algoritmi, allora ciao, potete anche cancellare questo comma, non solo perché non lo faranno mai, ma perché è completamente contrario al diritto di segreto industriale e soprattutto è inutile, perché un utente diciamo “normale”, con l’informazione sul funzionamento di come un algoritmo processa il proprio profilo, non se ne fa NIENTE. E in ogni caso ha premuto “accetta” senza leggere quando si è iscritto.

Articoli 10 e 11. Protezione dell’anonimato e diritto all’oblio.
Ogni volta che si parla di diritto all’oblio o all’anonimato, si presuppone che, sulla Rete, questo riguardi solo quelle informazioni personali, “solide”, che ognuno di noi può dare attraverso un form di iscrizione o di compilazione dati.
In questo articolo manca una questione più a basso livello, che invece è fondamentale e che anche questa volta sfugge a qualsiasi tipo di controllo. La questione del “digital footprint“, un bubbone che prima o poi scoppierà incontrollato e incontrollabile. Meriterebbe un articolo a parte, perché è DAVVERO troppo grossa e complessa, ma cercherò di condensarla.
L’impronta digitale della nostra navigazione va al di là della nostra identità, del nostro profilo facebook o twitter e va al di là di qualsiasi diritto: la traccia che lasciamo navigando dall’ufficio o da casa è unica, ed è data da un insieme di informazioni che sono di fatto reperibili facilmente e raggruppabili riguardo il browser o i browser che stiamo usando. Posso usare Facebook e poi andare su Youporn, poi su Gmail, fare una ricerca in google, che io sia loggato o no sui social, che io stia usando il browser in versione “anonima” o no, l’impronta digitale è sempre la stessa, e ci sono società di advertising, già oggi che sono in grado di creare una mappa molto più completa di quella che possono creare i social, una mappa non solo completa ma anche imbarazzante.
Questo aspetto, ogni giorno che passa, è sempre più fuori controllo e se questa Carta dei Diritti poteva essere un’occasione per affrontare questo aspetto, l’occasione è persa.
Di fatto, non esiste anonimato, su Internet. Mai. Sarebbe il caso di cominciare a pensare come creare le condizioni perché smetta di essere un concetto astratto, perché continuare a presentare l’anonimato come “ho chiesto a Google di cancellare le informazioni su di me”, mina ogni giorno, davvero, questo diritto.

L’articolo 12 lo saltiamo in attesa che l’articolo 3 funzioni bene e le persone imparino a non premere su “ACCETTO” senza leggere, perché, ripeto, se non ti senti in dovere di informarti neanche quando le informazioni ti vengono date, non puoi pretendere di avere alcun diritto. E con questa cosa ci butto dentro anche gli articoli 5 e 6.

L’articolo 13, “sicurezza in Rete”, soffoco una risata e lo salto, soprattuto per il suo comma 1: “La sicurezza in Rete deve essere garantita come interesse pubblico, attraverso l’integrità delle infrastrutture e la loro tutela da attacchi, e come interesse delle singole persone.”
Se la sicurezza in rete diventa una cosa di INTERESSE PUBBLICO, allora vuol dire che lo Stato deve garantire che infrastrutture private siano sicure. Questa frase contiene più fantascienza di tutti i libri di Asimov messi insieme, a vari livelli.
Cito l’articolo 7 solo per dire che non vale la pena citarlo.

L’articolo 14, infine, “governo della rete”.
Di per sé, è l’unico ad avere un senso compiuto, perché sono regole di carattere generale che qualsiasi Stato vada a legiferare in materia di Rete dovrebbe tenere presente. Detto questo, per il comma 7 (“La costituzione di autorità nazionali e sovranazionali è indispensabile per garantire effettivamente il rispetto dei criteri indicati, anche attraverso una valutazione di conformità delle nuove norme ai principi di questa Dichiarazione”), tanti auguri.
In sostanza, cara carta dei diritti in Internet, ci stai dicendo che tutto quello che abbiamo letto è fattibile solo se ci sarà la costituzione di autorità non solo nazionali, ma internazionali. E’ vero, in linea di principio, ma vai a dirglielo tu, agli USA, che i provider di connettività non possono spartirsi i territori perché, come dice John Oliver, è un po’ come una spartizione mafiosa. Cito gli USA perché, in fondo, il centro della Rete è lì, non puoi di fatto pensare a nessun tipo di governance sovranazionale della Rete, senza coinvolgere gli Stati Uniti.
Ma, nei fatti, non puoi pensare a nessun tipo di governance della Rete proprio per il fatto che la Rete non è governabile.
Non è disfattismo, il mio, bada bene.

E’ che per stabilire dei diritti fondamentali, bisognerebbe avere il quadro generale, e il quadro generale non ce l’ha nessuno, considerando soprattutto tutto quello che, da oltre un decennio, già accade internazionalmente in materia, perché ogni volta che un’iniziativa del genere prende corpo, l’informazione tende a dimenticare le esperienze passate, come il World Summit on the Information Society, l’Internet Bill of Rights, il Digital Rights Landscape. Insomma, ogni tavolo di discussione si muove come se fosse il primo ad affrontare queste questioni, traendo conclusioni come se fossero le ultime a dover essere tratte.

Potete leggere qui il documento di cui sto parlando: Dichiarazione dei Diritti in Internet.


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