Autore: piattola

ATTENZIONE: all’interno del Referendum Lombardo il governo ha nascosto la conferma del decreto Boldrini-Kyenge sull’amatriciana

Si sa, in agosto la politica ne approfitta per andarsi a godere i nostri soldi in località esotiche, oppure per far approvare leggi e decreti scomodi mentre la stampa di regime si occupa di questioni futili e ci consiglia di bere tanta acqua (ovviamente gestita da società private). Votazioni notturne, leggi nascoste in altri provvedimenti.
E’ quello che è accaduto al Referendum sull’indipendenza della Regione Lombardia, dove il governo, furtivamente, ha introdotto una opzione confermativa del discussissimo decreto Boldrini-Kyenge.
Ma di cosa si tratta?
Molto semplice: si tratta di un vecchio progetto di legge che ogni tanto il governo cerca di ri-infilare da qualche parte, volto “alla nromalizzazione alimetnare per una maggiore integrazione delle popolazioni migranti”. In sostanza, oltre i giri di parole, viene stabilito per legge che alcune ricette della tradizione di questa nostra bella Italia, possano essere stravolte per venire incontro ai gusti e ai dettami religiosi di chi viene qui a rubarci il lavoro e le ruote di scorta. Paradossalmente, un profugo con l’iphone, potrebbe entrare in un ristorante, con le sue 35 euro al giorno ordinare una amatriciana e chiedere che al posto del guanciale venga usata carne di manzo, e il ristoratore e lo chef dovrebbero quindi ubbidire senza fiatare.
Quindi fate attenzione, perché tra l’altro, visto che il referendum verrà votato elettronicamente coi tablet, ovviamente tablet dello Stato, non è detto che il vostro voto non venga manipolato dai poteri forti. L’unica soluzione, quindi, è quella di recarsi al seggio con il proprio tablet o con il proprio smartphone e dichiarare al Presidente di Seggio la seguente frase: “In base all’articolo 54/ter della legge Tarapìa 1994/07, chiedo che il software di votazione venga installato sul mio terminale in modo da rendere possibile la votazione per esso, in esso e con esso connesso. Dichiaro inoltre che il tutto debba essere eseguito senza pregiudizio delle eventuali applicazioni già installate.”
Fatevi furbi, non fatevi mettere l’anello al naso, e soprattutto leccate per bene il tablet prima di votare, altrimenti possono cancellare il vostro voto e non fatevi fermare neanche dal fatto che tutto quello che avete letto qui, sia inventato di sana pianta, i vostri diritti vengono prima dei vostri doveri.

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Feudalesimo POP

E’ molto bello il tempo in cui viviamo, soprattutto per chi, nell’animo, si è sempre sentito un crudele signorotto locale e ha sempre tifato per Don Rodrigo.
E’ molto bello perché è palpabile, una volta scrostata tutta la bella patina responsive, il sapore acre ma dolce della buona vecchia schiavitù valvassina.
Sono sicuramente felice di ricevere entro un’ora i pacchi, ma mai quanto sono felice nel pensare che dietro quell’efficienza ci sono venditori che non possono decidere i loro prezzi di vendita, magazzinieri dalla vescica gonfia e padroncini costretti a rischiare incidenti mortali con il loro mezzo oramai indietro di centomila chilometri sulla data di revisione.
Avere la spesa a casa è una figata, ma non quella del supermercato che ha il servizio proprietario, ma quello nuovo, che sta nascendo ora, dove ordini e c’è uno “shopper”, un cristo qualunque vittima dei nuovi paradigmi lavorativi, che va in giro a fare una ricca spesa che non sarà mai per sé. E’ bello immaginarlo chiedere un prosciutto senza nitrati e segretamente, prima di partire con la macchina, aprire leggermente la carta e annusarne l’esotico odore, che conserverà nella sua memoria quando nella sua stanza in sub-affitto dovrà aprire la confezioncina di plastica di bresaola di eternit.
Quanto è bello, con una app, chiamare un’auto che viene a prenderti, senza dover usare quei taxi, così volgarmente e pacchianamente marchiati, con quel tassametro da bordelliere e avere contemporaneamente un’interazione con un essere umano entusiasta del suo status di driver in questo nuovo mondo di opportunità alla portata di tutti. Quanto è bello chiedergli come funzioni questo nuovo paradiso dell’imprenditoria presso se stessi, quante corse faccia, con che media di distanza.
Ma quanto è meglio, poi, buttare lì, come fosse nulla, un paio di calcoli e dire: – Quindi alla fine, tolto tutto, facendo una media, ti intaschi puliti 0,48 euro a km, che è tipo il prezzo per la tua auto del rimborso sulla tabella ACI. Quindi, considerando alla lunga i costi di manutenzione e di carburante, ci vai in pari. Se ti piace stare in auto, come hobby è il massimo.
Voi direte che i lavoratori sfruttati ci sono sempre stati, ma c’è una grandissima differenza, in questa magnifica epoca: nessuno di quei lavoratori vessati ci dava direttamente la possiblità di sentirci degli aristocratici, viziati baronetti, vuoi per la distanza nella filiera del nostro benessere, vuoi perché ora lo schiavismo è finalmente diventato sistema, non solo economico, ma culturale.
Addormentiamoci sereni, con negli occhi il sogno di un giorno, molto presto, nel quale “un’ora” sarà decisamente TROPPO.

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La dichiarazione dei diritti in Internet: un affascinante esercizio costituzionalista, che fa acqua da tutte le parti.

Le dichiarazioni dei diritti sono una cosa importante.
Ogni volta che ne viene stilata una, c’è qualcuno che, nella migliore delle ipotesi, dice che sia inutile, a prescindere. Questo lo sa bene Rodotà, presidente della commissione che ha prodotto questo documento, che infatti dice:
 

Anche della Carta dei diritti dell’Unione Europea si diceva che non sarebbe servita a nulla, si è poi visto quanto sia stata utile

Mi sono preso del tempo per analizzare gli articoli di questo documento, e vorrei spiegare dove, a mio giudizio, stanno le falle.
Innanzitutto una “carta dei diritti”, generalmente, è utile quando si applica allo scopo di “armonizzare” entità che sono pienamente normate o normabili: una carta dei diritti dell’Unione Europea era necessaria, perché dovendosi unire paesi con normative diverse e sensibilità diverse riguardo diversi argomenti, era utile avere dei principi “base” dei quali quegli Stati avrebbero dovuto tenere conto, da lì in poi, in sede legislativa.
Internet, per quanto ci siano vari tentativi di comprenderla o renderla comprensibile attraverso quel raggruppamento, in realtà molto parziale e impreciso, costituito dai social network, non è uno Stato, né una piattaforma.
E’ semplicemente un insieme di infrastrutture, che a loro volta ospitano piattaforme, alcune delle quali volte alla fruizione di servizi pubblici, altre volte all’intrattenimento, altre accessibili in modo più o meno ristretto, e così via.Può sembrare una pignoleria da informatico-nerd, ma usare “internet” come sineddoche che raggruppa gli utenti, le diverse piattaforme, i diversi scopi, è proprio il tipo di errore che una carta dei diritti non dovrebbe fare, semplicemente perché la espone maggiormente a eccezioni, quindi la predispone intrinsecamente al dimenticatoio. Non andrò necessariamente in ordine di articoli.

E’ chiaro, leggendo il documento, che gli autori intendessero stabilire dei principi soprattutto riguardo l’universo dei servizi social e istituzionali ai quali gli utenti  generalmente accedono tramite la loro interconnessione, è anche chiaro che “Internet” e “Web” o “Rete” siano diventati, con l’uso popolare, di fatto sinonimi, ma è proprio qui che evidenzio la prima contraddizione di questa carta: l’Art.3 “diritto alla conoscenza e all’educazione in rete”, al suo interno stabilisce che le istituzioni si devono impegnare a promuovere un uso consapevole del mezzo, ma questo documento, non evidenziando e chiarendo, lui per primo, quali siano gli “attori” che compongono questo mondo magico che la gente chiama Internet, perde la grande occasione di dare il buon esempio. Inoltre, manca una questione fondamentale: in questo articolo 3, a meno che non mi sia sfuggito, nulla dice che le istutuzioni stesse, per prime, nelle persone dei deputati, dei funzionari e dei politici, dovranno essere non educate, ma OBBLIGATE a un uso consapevole delle piattaforme in Rete.
Se i membri di questa commissione volessero avere qualche esempio sul quale ragionare, vorrei suggerire loro di dare un’occhiata all’account Twitter @ItaGovEdits, e cioè l’account che montiora costantemente le modifiche anonime fatte a voci di Wikipedia dall’interno delle reti informatiche della Camera, del Senato, della Presidenza del Consiglio e della Repubblica. Oppure potrebbero analizzare il “peggio” dell’uso dei social di alcuni politici, come Gasparri o Salvini, per stabilire, al di là dei diritti, quali siano i doveri dei rappresentanti delle istituzioni riguardo all’uso consapevole, prima ancora di dirci che le istituzioni favoriranno un uso consapevole da parte degli utenti.
O ancora, grazie al collettivo Gilda35, abbiamo questa bellissima EgoTrap che ci può dare informazioni interessanti in merito a come molti politici usino i loro profili social.
Se mi è concesso un paragone sfacciato, se è giusto che, nell’esercizio delle proprie funzioni, un politico eviti di andare a puttane, allora è anche giusto che eviti di usare le piattaforme social come la propria puttana.

Andiamo all’articolo 2, “Diritto di accesso”.
La retorica dell’accesso a Internet come diritto fondamentale è un terreno confuso. Se l’accesso a Internet deve essere inteso idealmente come l’accesso all’acqua pubblica o l’elettricità, le quali comunque hanno un accesso non libero e condizionato da specifiche condizioni economiche, ci allontaniamo dal problema reale e quindi facciamo sì che all’articolo manchi l’unica cosa che uno Stato può fare, in questo ambito: il comma 2 dell’articolo e il comma 5 non parlano in alcun punto del superamento delle difficoltà infrastrutturali nell’accesso a internet. Si parla di divario digitale dato dalle condizioni economiche, di genere (?) o sociale, ma mai di divario digitale dato dall’inadeguatezza delle infrastrutture. Che poi sono di proprietà di società private, le quali, in una situazione di libero mercato, stabiliscono le proprie condizioni di uso ed economiche, quindi il paradosso aumenta: lo Stato può permettersi, realmente e al di là delle dichiarazioni di facciata, di andare oltre alle dichiarazioni di facciata, riguardo il digital divide? Forse è meglio affiancare, anche qui, ai diritti, una dichiarazione riguardo i doveri che le istituzioni hanno di cercare insieme ai soggetti privati le adeguate soluzioni infrastrutturali. Perché vi garantisco che, per quanto sia sempre bello citare questioni di carattere umano e filosofico in documenti di questo tipo, il problema dell’accesso a internet non c’entra proprio nulla con questioni di parità o di genere, ma spesso riguarda proprio, banalmente, l’ingarbugliato casino di cavi che, di fatto, E’ la rete.
Se uno è trans e non c’ha la centralina collegata alla permuta giusta in centrale, non è che non entra in Internet perché è trans.

Articolo 4, neutralità della rete.
E’ un bel concetto, ma diciamoci la verità: dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, di qua e di là dell’Oceano, ancora nessuno ci ha capito un cazzo di cosa dovrebbe essere questa neutralità della rete. E’ il classico concetto che un po’ è bello, ma un po’ rema contro la realtà. E’ giusto che Netflix faccia un accordo con Telecom e che questo accordo presupponga che gli utenti con connessione Telecom abbiano una qualità dell’immagine che sia migliore di me, che mi affido per l’accesso a Internet a un operatore diverso? Gli utenti Telecom diranno: certo che è giusto, io pago più di te, posso avere un servizio migliore. Dato che siamo in un libero mercato, Netflix e Telecom potranno dirmi: cazzo vuoi, compra una linea più grossa o prenditi anche tu l’offerta Telecom.
Secondo me non è giusto, ma di fatto, come si smuove la situazione? Chiedo allo Stato una sovvenzione per una linea T3 e il comodato gratuito di un router CISCO? Dubito che, nel mondo di oggi, soprattutto nel mondo Occidentale, uno Stato possa impedire un accordo commerciale di questo genere, così come di altri mille e diversi tipi di accordi commerciali tra piattaforme e infrastrutture che favoriscono questo o quell’utente.
Però la “neutralità della rete” sta sempre bene, fa fino e non impegna, quindi mettiamoci un articoletto con un paio di commi generici che non danno fastidio, va.

Articolo 8, trattementi automatizzati.
Questo è buttato lì ma è complesso: “Nessun atto, provvedimento giudiziario o amministrativo, decisione comunque destinata ad incidere in maniera significativa nella sfera delle persone possono essere fondati unicamente su un trattamento automatizzato di dati personali volto a definire il profilo o la personalità dell’interessato”.
Sembra voler dire: non puoi essere discriminato, giudicato, perseguito o “catalogato” in base a quello che di te c’è sulla Rete o su qualsiasi archivio digitale. Se ho capito bene e vuol dire questo, il suo difetto principale è proprio che forse è meglio come l’ho esposto io. Ma se fosse esposta così, ci sarebbe un problema che deriva sempre dal fatto che viviamo in una situazione di libero mercato. Mi spiego: se questo articolo diventasse materia di legge, potrei pretendere che un’azienda non valuti il mio colloquio professionale attingendo informazioni su like della mia pagina facebook. Per farla breve: potrei denunciare un’azienda se avessi il sospetto che mi hanno scartato perché hanno visto che su Facebook ho messo il like alla pagina di Salvini.
Ora, sappiamo tutti che le agenzie di recruiting e gli uffici del personale, lo fanno, ma li si può davvero biasimare? E se li biasimiamo e impediamo questa pratica, dovremmo aggiungere, per onestà intellettuale, che QUALSIASI giudizio discriminatorio basato solo sulle informazioni online, diventi un reato. Per inciso, è quello che fa la stragrande maggioranza degli utenti della rete quando commentano un articolo. Quindi qui il paradosso si intreccia a doppio filo con l’articolo 3, più sopra, riguardante l’uso consapevole delle piattaforme da parte degli utenti.
In solido: va bene i diritti, ma dove cominciamo a parlare dei DOVERI degli utenti, senza i quali non possono esistere i diritti? Parliamone andando al prossimo articolo

Articolo 9. Diritto all’identità.
Di questo articolo, che in sostanza dice che ognuno ha il diritto di avere un’identità aggiornata e coerente in Rete (ma questo dovrebbe essere un dovere di ognuno, appunto, quello di manutenersi le proprie informazioni avendo coscienza di ciò che vuole e può condividere), mi preme il comma 3: “L’uso di algoritmi e di tecniche probabilistiche deve essere portato a conoscenza delle persone interessate, che in ogni caso possono opporsi alla costruzione e alla diffusione di profili che le riguardano”. Cosa si vuole dire? Perché se si vuole dire che Google o Facebook devono esporre i propri algoritmi, allora ciao, potete anche cancellare questo comma, non solo perché non lo faranno mai, ma perché è completamente contrario al diritto di segreto industriale e soprattutto è inutile, perché un utente diciamo “normale”, con l’informazione sul funzionamento di come un algoritmo processa il proprio profilo, non se ne fa NIENTE. E in ogni caso ha premuto “accetta” senza leggere quando si è iscritto.

Articoli 10 e 11. Protezione dell’anonimato e diritto all’oblio.
Ogni volta che si parla di diritto all’oblio o all’anonimato, si presuppone che, sulla Rete, questo riguardi solo quelle informazioni personali, “solide”, che ognuno di noi può dare attraverso un form di iscrizione o di compilazione dati.
In questo articolo manca una questione più a basso livello, che invece è fondamentale e che anche questa volta sfugge a qualsiasi tipo di controllo. La questione del “digital footprint“, un bubbone che prima o poi scoppierà incontrollato e incontrollabile. Meriterebbe un articolo a parte, perché è DAVVERO troppo grossa e complessa, ma cercherò di condensarla.
L’impronta digitale della nostra navigazione va al di là della nostra identità, del nostro profilo facebook o twitter e va al di là di qualsiasi diritto: la traccia che lasciamo navigando dall’ufficio o da casa è unica, ed è data da un insieme di informazioni che sono di fatto reperibili facilmente e raggruppabili riguardo il browser o i browser che stiamo usando. Posso usare Facebook e poi andare su Youporn, poi su Gmail, fare una ricerca in google, che io sia loggato o no sui social, che io stia usando il browser in versione “anonima” o no, l’impronta digitale è sempre la stessa, e ci sono società di advertising, già oggi che sono in grado di creare una mappa molto più completa di quella che possono creare i social, una mappa non solo completa ma anche imbarazzante.
Questo aspetto, ogni giorno che passa, è sempre più fuori controllo e se questa Carta dei Diritti poteva essere un’occasione per affrontare questo aspetto, l’occasione è persa.
Di fatto, non esiste anonimato, su Internet. Mai. Sarebbe il caso di cominciare a pensare come creare le condizioni perché smetta di essere un concetto astratto, perché continuare a presentare l’anonimato come “ho chiesto a Google di cancellare le informazioni su di me”, mina ogni giorno, davvero, questo diritto.

L’articolo 12 lo saltiamo in attesa che l’articolo 3 funzioni bene e le persone imparino a non premere su “ACCETTO” senza leggere, perché, ripeto, se non ti senti in dovere di informarti neanche quando le informazioni ti vengono date, non puoi pretendere di avere alcun diritto. E con questa cosa ci butto dentro anche gli articoli 5 e 6.

L’articolo 13, “sicurezza in Rete”, soffoco una risata e lo salto, soprattuto per il suo comma 1: “La sicurezza in Rete deve essere garantita come interesse pubblico, attraverso l’integrità delle infrastrutture e la loro tutela da attacchi, e come interesse delle singole persone.”
Se la sicurezza in rete diventa una cosa di INTERESSE PUBBLICO, allora vuol dire che lo Stato deve garantire che infrastrutture private siano sicure. Questa frase contiene più fantascienza di tutti i libri di Asimov messi insieme, a vari livelli.
Cito l’articolo 7 solo per dire che non vale la pena citarlo.

L’articolo 14, infine, “governo della rete”.
Di per sé, è l’unico ad avere un senso compiuto, perché sono regole di carattere generale che qualsiasi Stato vada a legiferare in materia di Rete dovrebbe tenere presente. Detto questo, per il comma 7 (“La costituzione di autorità nazionali e sovranazionali è indispensabile per garantire effettivamente il rispetto dei criteri indicati, anche attraverso una valutazione di conformità delle nuove norme ai principi di questa Dichiarazione”), tanti auguri.
In sostanza, cara carta dei diritti in Internet, ci stai dicendo che tutto quello che abbiamo letto è fattibile solo se ci sarà la costituzione di autorità non solo nazionali, ma internazionali. E’ vero, in linea di principio, ma vai a dirglielo tu, agli USA, che i provider di connettività non possono spartirsi i territori perché, come dice John Oliver, è un po’ come una spartizione mafiosa. Cito gli USA perché, in fondo, il centro della Rete è lì, non puoi di fatto pensare a nessun tipo di governance sovranazionale della Rete, senza coinvolgere gli Stati Uniti.
Ma, nei fatti, non puoi pensare a nessun tipo di governance della Rete proprio per il fatto che la Rete non è governabile.
Non è disfattismo, il mio, bada bene.

E’ che per stabilire dei diritti fondamentali, bisognerebbe avere il quadro generale, e il quadro generale non ce l’ha nessuno, considerando soprattutto tutto quello che, da oltre un decennio, già accade internazionalmente in materia, perché ogni volta che un’iniziativa del genere prende corpo, l’informazione tende a dimenticare le esperienze passate, come il World Summit on the Information Society, l’Internet Bill of Rights, il Digital Rights Landscape. Insomma, ogni tavolo di discussione si muove come se fosse il primo ad affrontare queste questioni, traendo conclusioni come se fossero le ultime a dover essere tratte.

Potete leggere qui il documento di cui sto parlando: Dichiarazione dei Diritti in Internet.

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Algoritmo di Googole, mobile, tecniche di marketing terroristiche e dove finiscono le stronzate, inizio IO.

Questo articolo poteva avere altri titoli, ho scelto, da carogna quale sono, quello più click friendly, tra quelli comunque che rientrano nel constesto.
Tranquilli, non comincerò a fare come i siti del network a cinque stelle, che pubblicano un’immagine photoshopata della Boldrini che si infila uno storione nel naso, con il traino “NON CREDERETE A COSA HA FATTO LA BOLDRINI IN AULA!”, e un link che porta a una pagina con un video che non parte se hai adblock. Disabiliti AdBlock, perché VUOI vedere questa promessa di animal love Boldrini-storione (regola 34 di Internet) e ti ritrovi con un video che parla di reddito di cittadinanza.

picardWTF

No, il titolo, anche se scelto tra molti meno allettanti, non è uno specchietto per allodole.
I fatti.
Ieri, mentre ero immerso in un guano informatico fatto di codice da far funzionare e di referenti di grosse aziende che rispondono male alle mie richieste di chiarimento sui loro dannatissimi webservice, un mio socio mi dice:
– Ha chiamato $Cliente, dice che è stato contattato da $Azienda_leader_di _TELECOMunicazioni.
– Per cosa?
– Dice che ha capito che succede qualcosa al sito e bisogna intervenire, altrimenti non sarà più utilizzabile, ma ovviamente non ci ha capito molto. Era preoccupato soprattutto per l’email più che per il sito.
– Se rinnovano il dominio e l’hosting, cosa potrà mai succedere? Sicuramente vogliono vendere qualcosa di inutile.
– Telecom però ha chiesto se può parlare con un tecnico. Gli dico di chiamare te?
Ah. Questo cambia un po’ le cose. Se si richiede di parlare con un tecnico, allora forse succede qualcosa.
Rispondo: – Ci mancherebbe. Certo.
La cosa che a QUESTO tecnico viene in mente è: DNS. Ci saranno da cambiare i DNS autoritativi. Va bene, si fa.
Ma comunque, al di là della cosa in sé, la cosa che stressa il vostro affezionatissimo è: un’altra cosa alla quale pensare.
Stamattina chiama $Azienda_leader_di _TELECOMunicazioni.
– Pronto?
– Salve, chiamo per conto di $Azienda_leader_di _TELECOMunicazioni.
– Per conto? Uhm…
Da lontano, con una rincorsa, comincia a partire la prima carogna.
“Per conto” promette male. Quando dicono “per conto” vuol dire che non sta chiamando manco per il cazzo $Azienda_leader_di _TELECOMunicazioni, ma una qualche agenzia che rivende servizi. Segnatevelo. E’ sempre così.
– Sì, $Azienda_leader_di _TELECOMunicazioni ci ha dato mandato di chiamare tutti i clienti…
– I clienti di che servizio?
– Telefonia.
– Uhm… vada avanti.
– Sì, per avvisare che dal 21 aprile, cioè da ieri, Google ha cambiato il proprio algoritmo e che i siti che non sono mobàilfrèndli verranno penalizzati nella visibilità.
Ecco, a questo punto, la prima carogna si avvicina alla seconda carogna, che le sale in groppa al volo. Il galoppìo è sempre più vicino e distinto.
– Mi scusi. Potrebbe dirmi, esattamente, cosa vuole vendere?
– In realtà vorremmo dare l’opportunità a quei clienti che non hanno un sito mobàilfrèndli di non perdere visibilità.
Le due carogne ingroppate, arrivano a un dirupo, dove, poco dopo il bordo, galoppando spiccano un volo che le porta ad atterrare sulla cima di un enorme Zeppelin a forma di carogna. L’enorme carogna-dirigibile, carico del suo carburante infiammabile, aziona i motori e prosegue il viaggio.
– Scusi, la mia domanda è diversa. Il cliente ha un sito? Sì. Il sito del cliente è responsive? No. Il cliente lo sa? Sì, perché se il cliente vuole il sito che “si visualizzi bene sui cellulari”, sa che può chiedermelo. Ora farò la domanda in modo più specifico: volete vendere lo sviluppo del sito responsive al cliente o volete vendere posizionamento su Google? Perché se è vero che Google, per i mobile, favorisce i risultati mobàilfrèndli, è anche vero che il posizionamento è una materia complessa e ridurla a questo non è propriamente corretto. Non funziona così. Quindi: sito mobile o posizionamento? Cosa vendete?
– A noi è arrivata questa circolare… poi io non sono tecnico, mi hanno detto di contattare i clienti mobi…
– Sito o posizioniamento?
– Sito.

you-dont-say-rage-face-nic-cage-meme

– E per farlo, date ad intendere ai clienti che il loro sito non funzionerà più? Perché il mio cliente si è spaventato e mi ha chiamato. Io ho anche creduto che fosse una cosa seria, quindi ci sto dedicando del tempo. Il cliente ha un sito non mobàilfrèndli e non gli interessa un posizionamento particolare. Il suo sito è di mera rappresentanza, lo conoscono i suoi clienti e lui usa il dominio per la mail.
A questo punto ero pronto per chiudere la telefonata in modo quasi amichevole. Lo Zeppelin-carogna con in cima le due carogne galoppanti comincia a prepararsi a invertire la rotta. Quando il tizio dice quello che non doveva dire.
– Ma scusi, avere un sito e non farlo conoscere è stupido.

rage-mega-rage-l

Sullo Zeppelin parte il comando di avanti tutta. Punta in basso, dritto verso di me, con un sinistro scricchiolìo. Le carogne sulla cima dello zeppelin-carogna cominciano a urlare di giubilo assassino. Lo Zeppelin-carogna si schianta in un incendio di carogne danzanti nel fuoco.
Quello che ho detto al poveretto non voglio ripeterlo.
Sono stato scortese, sgarbato, volgare.
Ho riattaccato senza farlo parlare.
Non ne vado fiero, ma spero una cosa sola: i markettari che si troveranno ad analizzare il cadavere carbonizzato di quel poveretto, si chiedano cosa avrebbero potuto fare per evitare questa tragedia.
Quello che suggerirei io è di non mandare in pasto della povera carne da macello a vendere stronzate terrorizzanti dando informazioni tecniche incomplete e confusionarie. Se dovete vendere un cazzo di sito mobàilfrèndli, chiamate il Cliente e chiedetegli: lo vuoi il sito mobàilfrèndli?
Se vi dice sì, FATEGLIELO, perché sinceramente, a me, non me ne frega un cazzo di chi gli fa il sito.
Ma vi prego, basta con queste tecniche terroristiche.
Perché poi, quello che deve perdere tempo a tenere la manina al Cliente, è un tecnico come me.
Che ha già tanti cazzi per la testa e in altri posti meno mobàilfrèndli.
JESUS!

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#IJF2015 Cosa (non) è successo al Festival Internazionale del Giornalismo 2015

IJF2015Gilda Qualche mese fa il geniale Giovanni Scrofani, fondatore di Gilda35 e papà del dadaismo web italiano, mi ha invitato a parteciapare con lui e il collettivo Gilda35 a un evento presso il Festival del Giornalismo di Perugia.

L’evento “Bufale senza Latte” che è scaturito da questa collaborazione dadaista improvvisata, è stato bello e stimolante, anche se purtroppo incompleto. I giornalisti presenti hanno sicuramente ricevuto più di una pulce nell’orecchio, ma la location che ci è stata assegnata, purtroppo, non era adatta: nessuna connessione a Internet e scarsa visibilità delle slide, ma soprattutto un custode di sala che è stato abbastanza categorico nello sbattere fuori tutti alle 21 in punto, nonostante in quella sala fossero schedulati interventi a ruota, quindi è normale che tra un intervento e il successivo ci siano anche una decina di minuti per sistemarsi e cominciare.
Al di là del mio intervento, che è stata un’introduzione tra il serio e il faceto volta più che altro ad “accogliere” un pubblico di non addetti ai lavori e metterlo a proprio agio prima di ricevere le informazioni sostanziose, il punto centrale lo posso riassumere qui: quando i media parlano di un fenomeno qualsiasi sul web, sia esso “nato” sul web o che sia l’analisi di un evento comunicativo, se non ci si impegna nell’analisi REALE dei dati, si rischia solo di vendere aria fritta. Durante lo stesso Festival, in altri board, sono state ripetute ancora delle enormità, tipo che “il 70% dei giovani si informa su facebook” o sono stati analizzati fenomeni gonfiati come l’hashtag #sanremo.
Senza l’appoggio di competenze sull’analisi dei numeri, come Gilda35 ha dimostrato, è inutile parlare di qualsiasi cosa, a meno che non si accetti di ricevere passivamente dei numeri e quindi di fidarsi. Ma se i numeri vengono dati dalle stesse agenzie che curano la comunicazione di un evento X, acriticamente, allora non si ha più il diritto di lamentarsi se i media “professionali” hanno perso credibilità a una velocità esponenziale, da quando esiste il Web sociale.
Altra consapevolezza che si dovrebbe avere è che senza competenze e conoscenze, è inutile cercare di spiegare, con i soli mezzi “intellettuali”, un qualsiasi fenomeno “virale”, perché il Web è più malleabile di quello che si pensi, e questa consapevolezza dovrebbe entrare nelle teste non solo degli analisti e dei commentatori, soprattutto politici, ma in quella dei politici stessi, con buona pace anche degli incolpevoli (perché ignoranti, nel senso etimologico del termine e non in quello offensivo) fan della web-democrazia.
Alla fine abbiamo avuto il tempo di buttare qualche sasso su come la #botnetdemocracy falsi praticamente ogni grande evento online (primarie politiche, elezioni europee, exit poll online, sondaggi online, analisi sul successo di un certo evento online, ecc…), qualche sasso in uno stagno nel quale nessuno si informa su concetti sui quali all’estero sono (e ti pareva) decenni avanti, come la captologia e lo studio degli sciami, cose che abbiamo solo avuto il tempo di citare.
I più in gamba tra i presenti avranno preso nota e approfondiranno, perché se l’informazione si prenderà la briga di osservare gli sciami, invece che farne parte, forse arriverà a capirci qualcosa in più.
A tale proposito mi viene in mente un passaggio del Nome della Rosa. Adso e Guglielmo hanno tentato una prima incursione notturna nella Biblioteca, restando confusi e ingannati dalla sua struttura labirintica. Allora il razionale Guglielmo decide di osservare meglio la struttura della biblioteca da fuori. Riescono a ricavare quindi una mappa, che riuscirà a orientarli. Il suo aiutante Adso è ammirato dalla capacità di Guglielmo e non si trattiene dal chiederne conto.

« Ma come accade, » dissi ammirato, « che siete riuscito a risolvere il mistero della biblioteca guardandola da fuori e non l’avete risolto quando eravate dentro? »

« Così Dio conosce il mondo, perché lo ha concepito nella sua mente, come dall’esterno, prima che fosse creato, mentre noi non ne conosciamo la regola, perché vi viviamo dentro trovandolo già fatto. »

« Così si possono conoscere le cose guardandole dal di fuori! »

Sulla sezione che Gilda35 ha dedicato al Festival del Giornalismo, potrete trovare alcuni esperimenti, presto troverete le slide e gli interventi in un formato ebook in continuo aggiornamento e la registrazione live dell’intervento.
La mia speranza è che in futuro se ne possa parlare più estesamente, con a disposizione i mezzi tecnologici per fornire live la dimostrazione di come si muovono gli sciami, perché di carne al fuoco ce ne sarebbe per mesi.
Oppure si può scegliere la via più comoda, e continuare a pensare che i sondaggi online siano affidabili o che basti una somma di tweet e retweet per ricavarne una teoria.

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Con i miei soldi?

euro-145386_640La Rete, si sa, più che essere uno strumento di informazione, estende il bar sport.
A tutti i livelli. Non che non sia o possa essere un efficace strumento di verifica delle informazioni, è che mediamente non lo si usa così, per vari motivi. Vuoi perché schiacciare “like” o “condividi” è gratis, quindi chi se ne fotte (lato lettore), vuoi perché comunque scrivere un articolo, in una realtà dove anche gli editori se ne fottono, purché costi poco, fa comunque “massa critica” per tirarci fuori un panino, quindi chi se ne fotte (lato scrittore/giornalista/pubblicista).
C’è poi un fatto curioso: nel mondo dell’illusionismo e della magia, c’è una regola d’oro alla base di ogni trucco, e cioè “il movimento grande nasconde il movimento piccolo”. Questo vuol dire che se con un ampio gesto indico qualcosa e guardo verso qualcosa, lo spettatore guarderà cosa ho indicato e cosa sto guardando, mentre nasconderò un qualcosa di insignificante, di piccolo, che è la chiave dell’illusione con la quale stupirò.
Nel delirio dell’informazione social, invece, le cose piccole nascondono le cose enormi.
Mi viene in mente la bufala ciclica (perché esce almeno una volta all’anno, ma tanto la memoria è un muscolo atrofizzato) dei 30 euro al giorno che andrebbero in tasca agli immigrati. Facile da condividere, facile da interpretare, facile incazzarsi e far incazzare, facile farsi condividere da gente come Salvini e avere un po’ di visibilità e qualche mi piace in più per solleticare il proprio vittimismo e il vittimismo di chi cerca sempre lontano da sé le cause dei mali che vive.
Più difficile, invece, chissà perché, notare movimenti più ampi, nascosti da queste puttanate per minus habens, se si volesse davvero, e dico *davvero*, protestare per qualcosa di tangibile che ci ruba di tasca i soldi.
Parliamo di evasione ed elusione fiscale, parliamo di sommerso, sia criminale che non, e partiamo subito coi numeri, contenuti nella più recente stima effettuata da KRLS per Contribuenti.it. I dati sono relativi al 2014 e parlano piuttosto chiaro:

– Lavoro in nero (2,9 milioni di lavoratori in nero + 850.000 dipendenti che fanno secondo o terzo lavoro in nero): 34,3 miliardi di euro
– Il 78% delle società di capitale hanno dichiatato reddito negativo o inferiore a 10.000 Euro: 22,4 miliardi di euro
– Le Big Company (alcune anche partecipate dallo Stato), tramite i ben noti meccanismi di tranfer pricing su partecipate o controllate o controllanti estere con sede in stati a tassazione “speciale”: 37,8 miliardi di euro.
– Lavoratori autonomi, esercizi e piccole imprese: 8 miliardi di euro.
– Economia criminale: 78,2 miliardi di euro.

Il totale sottratto al fisco si aggira quindi sui 180 miliardi di euro l’anno.
Sono quasi 500 milioni di euro al giorno.
Per dare un’idea delle proporzioni, il debito pubblico, che è la summa della mala gestione politica e dello spreco della Kasta, nello stesso periodo, è salito in media di circa 273 milioni di euro al giorno.
Oh mio dio, forse chi evade è anche peggio dei politici arraffoni?
No, dai non scherziamo.

Nella mia passione per la logica, mi viene difficile capire come possa pesare di più, sull’opinione pubblica, una bufala di 30 presunti euro al giorno contro l’incontrovertibile dato di fatto di cinquecento fucking milioni di euro al giorno che chi invece paga le tasse e vive in maniera onesta deve in qualche modo ripianare.
Si spiega in un solo modo: chi si lamenta di una cosa, usufruisce dei vantaggi dell’altra. Altrimenti, ma non ci voglio credere, parliamo di stupidità collettiva largamente diffusa (scrivo che non ci voglio credere, ma lo so che invece è così: opinione pubblica, sei stupida, non ho velleità politiche quindi non devo aspirare al tuo voto, ergo non me ne frega un cazzo se qualcuno si offende. E’ così, punto).
Sarebbe certo utile se quelle statistiche fossero differenziate almeno per cittadinanza: sapere magari esattamente quanti di quei miliardi sottratti al fisco siano per opera di negri immigrati extracomunitari del cazzo, forse farebbe finalmente interessare la dannata opinione pubblica al tema, chi lo sa.

Detto questo, diamo qualche altro dato di cose che vengono fatte “con i miei soldi”.
Molti si lamentano dei contributi all’editoria, ma mi cascasse il cazzo se ho mai trovato qualcuno andarsi a cercare i documenti che indicano le cifre precise e le testate che le ricevono. Ve ne linko un paio, riguardo il 2012 e il 2013, gli altri cercateveli da soli, non posso stare qui a tenervi per mano per tutto. Prendiamo una testata a caso, La Padania, che ora ha chiuso: per esempio dal 2003 al 2013 l’abbiamo pagata in media più di 8000 euro al giorno, stando alle cifre che posso vedere nei documenti, peccato non avere sottomano dati precedenti al 2003, ma ce li faremo bastare.

Molto bella anche l’ultima sparata acchiappavoti di Maroni a maggior gloria dei pistoleri da tastiera con evidenti necessità di compensazione fallo-ortogonale (trad.: fanatici delle armi col cazzo piccolo): pagare le spese legali a chi spara per legittima difesa. Chiariamo subito una cosa: l’eccesso di legittima difesa, tanto sputacchiato sempre da quell’opinione pubblica che pur di andare ad approfondire si farebbe tagliare un braccio, è stato già pesantemente ridimensionato dal lontano 2006, quindi gli eroi che eleggi senza chiedere loro se siano d’accordo, non si faranno alcun giorno di galera, tranquilla, opinione pubblica. Semplicemente saranno coinvolti in un procedimento legale, che se esiste, te lo assicuro, fa comodo anche a te, perché o si accetta di vivere in un sistema o si esce da quel sistema, e fa comodo anche a te, opinione pubblica, perché non potrai mai sapere da quale lato di una situazione ti troverai, nella vita. Se non ti va bene che i fatti debbano essere accertati da una parte “terza”, quali essi siano, allora non devi vivere in un sistema. Te ne devi fare uno tuo, su territorio sovrano. Oppure unisciti all’ISIS, che ne so, fai quel cazzo che vuoi, ma non stare qui a lamentarti del nulla da dietro un monitor.
Detto questo, un governatore di una regione dovrebbe dare soluzioni “sistemiche” a certe necessità: invece di accantonare, anche idealmente, soldi di tutti, per una cosa che riguarda la responsabilità singola di una persona (quando ho bisogno dell’avvocato perché i clienti non mi pagano, e io sono nella piena ragione, non vado a elemosinare comprensione e/o denaro: pago l’avvocato di tasca mia e pago l’IVA anche delle fatture che non incasserò mai. E faccio più un servizio alla comunità io così che andando in giro a sparare ai cattivi, vedi sopra i dati sull’evasione e l’elusione), dovrebbe dire che stanzierà più soldi per le forze dell’ordine, per cercare una sicurezza “vera” e non una sicurezza finta e prettamente elettorale.
Dovrebbe, ma stiamo parlando della Lega.
E dell’opinione pubblica.
Se sommi ignoranza ad altra ignoranza, avrai solo altra ignoranza.

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Cacare, cagare. Fica, figa. Nanni Moretti, hai perso.

In una scena divenuta cult del film "Ecce Bombo", Michele Apicella, alias di Nanni Moretti, rimprovera la madre per l'uso delle parole.
Agevoliamo il filmato:

Filmato che è tra la dotazioe standard anche dei GrammarNazi e di tutte quelle persone che si trincerano dietro l'immutabilità di ciò che sanno, ignorando che la lingua cambia, involve ed evolve molto più rapidamente di come facciamo noi.
E' quindi abbastana inutile, in questo campo, formare tifoserie e squadrismi, è più divertente fare quello che facciamo noi nerd: grafici! [spip… spip… spip… momento di intimità del nerd dinnanzi al concetto di "grafico"].
Ho quindi deciso, grazie a Google Ngram Viewer, uno strumento splendido per fare ricerche e confronti sull'utilizzo di tutte le parole presenti nelle opere scandite (scansionate, scannerizzate, come preferite) da Google Books, per dare un'occhiata all'evoluzione storica dell'uso di determinate parole nelle pubblicazioni italiane in un periodo di osservazione che va dal 1800 al 2008.
Ecco il grafico-confronto di cacare VS cagare.

Innanzitutto possiamo notare un dato spettacolare: c'è già stato, tra il 1807 e il 1814, un timido sorpasso di cagare su cacare, per poi ritrovare un assestamento dove addirittura per diversi anni abbiamo temporanee scomparse di cagare, mentre cacare segue una progressione piuttosto costante. Per dirla in termini borsistici, cacare è un'azione piuttosto stabile, mentre cagare ha stentato per anni, rimanendo nelle retrovie.
A partire dagli anni 60 comincia il trend positivo di cagare, che sale nell'utilizzo letterario, confermato anche da un incremento del suo rivale cacare. Nel 1978, quando esce "Ecce Bombo", le due parole seguono un incremento di utilizzo sostanzialmente identico, ma con ancora una discreta predominanza si cacare. C'è una leggera flessione della coppia intorno al 1985, ma ecco che mentre cacare prosegue il suo trend senza scossoni significativi, cagare rialza la testa e nel 1991-92, con l'inizio della seconda Repubblica, fa un balzo impressionante e va ai giorni nostri ad assestarsi a livelli di assoluta predonimanza, mentre cagare non si smuove dalla sua progressiva ma lenta ascesa.
Andiamo ora ad analizzare la coppia fica e figa, nello stesso periodo di tempo.

Qui possiamo vedere, rispetto alla coppia precedente, da una parte un comportamento simile, e cioè vediamo un lungo confronto a distanza negli anni e una discreta risalita di figa dagli anni 80 ai giorn nostri, ma vediamo che, incredibilmente, fica rappresenta un titolo molto più volatile, rispetto al suo corrispettivo regionale cacare. Ma, e questo non è un dato del tutto inaspettato, ovviamente sia fica che figa muovono volumi che cacare e cagare si sognano. Per capire meglio, mettiamo insieme i due grafici.

I consigli per gli investimenti, in questa fase di cambiamenti della società, sono piuttosto difficili. Quello che possiamo ipotizzare, se volessimo investire a rischio alto, è che, con l'ascesa di Renzi e un ritorno di moda di regionalismi al di sotto del Po, è probabile che – è inevitabile, visto il lungo trend positivo – cagare possa nei prossimi anni subire un'importante flessione per riassestarsi ai livelli di cacare. E' ovvio che non conviene vendere le proprie azioni di cacare, perché vediamo che hanno una tenuta storica decisamente solida, mentre probabilmente aprirei una posizione short a lungo termine su cagare, se fossi in vena di investimenti rischiosi ad alto rendimento. Di certo, non conviene impuntarsi in questo momento su cacare, perché vediamo che probabilmente non farà balzi enormi nell'immediato futuro.
Quello che è certo, è che, sebbene fica muova enormi numeri, figa appare stabile nella sua lenta crescita esattamente come cagare.
E' comunque chiaro che fica o figa, cacare o cagare, alla fine gli unici scemi sono quelli che pensano di avere la verità in tasca, come al solito, perché come nelle Borse valori sono i mercati a costruire i grafici, e non viceversa, così anche nella lingua sono le persone a costruire la lingua, non viceversa.

Piccolo capitolo finale sull'accoppiata nerd vs geek.

A mio avviso questo dato è piuttosto significativo.
Parliamo sempre analizzando il corpus letterario in lingua italiana.
"Nerd", classicamente inteso come "sfigato", "secchione", ha subito nell'ultimo ventennio un'impennata nell'utilizzo, contemporaneamente alla nascita e all'ascesa del termine "geek", che è più assimilabile a un "maniaco della tecnologia", ma con un'accezione decisamente più cool.
Pare che geek sta sostituendo nerd e questo potrebbe essere indicativo del fatto che la "nerdizzazione" evidemente in atto negli ultimi 20 anni stia passando da una fase puramente tecnica a una fase decisamente fighetta, intuizione che – a mio avviso – ha diverse conferme "sociali".
Con questo è tutto, le conclusioni serie le lascio ai linguisti e ai sociologi veri, ora vado a continuare a spippolarmi sui grafici.

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Il Bene e il Male

Stamattina ho perso l’autobus e sono andato in stazione a fette.
Mentre camminavo, guardavo i social network e mi sono imbattuto in due video: il primo è una ripresa di una telecamera di sicurezza, mostra una anziana default che viene avvicinata da un giovane costituito di ritmo nel sangue e – presumibilmente – big cock.
Chi la condivide, si divide in due categorie di persone:
1 – quelli che aggiungono il commento “immigrato aggredisce anziana Italiana”
2 – quelli che ci credono e aggiungono “io non sono razzista MA i negri devono smetterla di vantarsi davanti alle telecamere mentre picchiano di jab sinistro gli anziani indifesi”.
Ho eseguito quindi il mio segretissimo protocollo di fact checking, una cosa da veri esperti che sto per rivelarvi. E’ una tecnica che usano solo i giornalisti premi Pulitzer, è un po’ complicata da mettere in pratica, ma sono sicuro che con un po’ di esercizio riuscirete a usarla.
Ho aperto google e ho usato questa esatta stringa di ricerca: “video immigrato picchia vecchietta”.
Dovete sapere che questa stringa di ricerca scardina il pregiato algoritmo di Google e dà dei risultati. Scorrendo i quali sono venuto a conoscenza della reale provenienza del video: è di nove anni fa, è un fatto successo INDAIUESSEI, sia vittima che aggressore sono statunitensi.
Sono arrivato quindi alla verità (bene), ovvero che si tratti di un regolamento di conti tra extracomunitari, in un tempo che si aggira intorno ai 5 minuti, evitando il diffondersi di una notizia falsa (male).
Che è, comunque, 4 minuti e 50 secondi più lento rispetto a quello che mi ci sarebbe voluto per fidarmi, condividere il video e aggiungere come commento “i negri devono smetterla di sfidare gli anziani nel pugilato e in altre pratiche tipicamente negroidali, vediamo come se la cava questo giovane a fare la fila alle Poste alle sei di mattina”.

Il secondo video è stato condiviso da un americano, e riporta il Presidente Obama (casualmente anch’esso ritmato a livello ematico) che dice una cosa tipo: “La gente comune è troppo stupida per badare a se stessa, quindi è bene che rinunci alla propria libertà per farsi governare”. Ovviamente questo è più complicato, perché è lui e lo dice, si sente. Il tizio americano lo condivide ed è tutto un waddafakka, come può dire una cosa del genere? in platea tutti zitti? è scandaloso! condividete!
Anche qui, non perché sono incredibilmente affascinante e clever, ma perché sono curioso, mi sono andato a ricercare il testo integrale, e ho capito che quella frase era in un discorso dove prima e dopo c’erano delle cose. Tipo: “Il mondo è fatto da uomini liberi che sono stati messi alla prova da chi pensa che la gente comune [da qui parte il video condiviso] bla bla bla grande paese bla bla bla bukkake di patriottismo bla bla”.
Pure qui ci sono voluti 5 minuti e un po’ di tecnica segreta di ricerca su Google.
Sempre troppo.
Tra l’altro, questo tizio americano, non volendo, ha creato un paradosso malvagio: più si diffonde il suo video editato, più dimostra che il vero discorso di Obama è falso, mentre sarebbe stato giusto che avesse detto davvero quelle cose.
Poi sono entrato in un loop di paradossi socio-antropo-filosofici e intanto il treno è arrivato a Milano senza che me ne accorgessi, il controllore è passato e mi ha intimato di scendere.

Questa cosa mi porta a una considerazione più generale nella quale rientra anche il successo dei vari complottismi.
Mettiamo che per costruire un distributore di benzina io spenda 50mila euro.
Quanti soldi mi servono per distruggerlo?
A occhio, 50 euro: li infilo nella bocchettina del self service, scelgo la pompa più vicina (così consumo anche meno calorie), squirto benzina a caso in giro, poi butto un cerino per terra e me ne vado. Vualà.
Quanto costa verificare scientificamente un fatto, per esempio che le scie chimiche sono solo scie di condensazione?
Un botto, ma non importa se lo fai o no, perché basta che uno, su Facebook, dica “NO! Perché lo dice un importante studio e comunque chi fa le costose verifiche è colluso con Big Pharma”. Un post a costo zero, a impegno zero. Da cui nascono poi condivisioni sempre a costo zero, impegno zero.
Il Male è molto più veloce e più cheap, insomma e il suo prezzo è in caduta libera, conviene investirci.

Nella foto: un'anziana con un gatto

Nella foto: un’anziana con un gatto

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Resurrezione e Respawn, Religioni e Videogame

Intanto chiariamo una cosa.
Il concetto di Resurrezione (o Risurrezione, è uguale sia con la i che con la e, a me piace più con la e perché mi pare meno bovino) non è appannaggio di Gesù, ma è una cosa che risale a molto prima.

Vedremo anche come questo sia un concetto proto-nerd e come si adatti benissimo all'attuale mondo tecnologico-barbarico che si va delineando e che gli storici del futuro chiameranno Media Evo.
Facciamo prima un parallelo tra due voci di Wikipedia, che è quella cosa che viene considerata validissima fonte quando nelle discussioni ti dà ragione, e inaffidabilissima quando ti dà torto.

RESURREZIONE
La risurrezione o resurrezione è il ritorno alla vita dopo la morte con una analogia al risveglio successivo al sonno.

RESPAWN (all'interno della voce "SPAWN")
Il respawn consiste nella riapparizione di un personaggio o di un nemico dopo la sua morte o distruzione.

Altre analogie tra questi concetti:

– nascono in ambiti di fantasia come le religioni e i videogiochi (anche se il mondo di Diablo III sappiamo tutti che esiste veramente)
– sono inseriti all'interno di un percorso che presuppone delle "prove" o una "prova finale"
– riguardano spesso personaggi o buonissimi o cattivissimi, a seconda dei punti di vista
– sia per le religioni che per i videogiochi servono a non far finire troppo presto il gioco
– dopo la resurrezione/respawn il personaggio principale può godere di maggiore esperienza/poteri oppure perdere tutto, a seconda del gioco o della religione.

Gli antichi Egizi avevano capito quanto fosse importante la "dotazione". E' per questo che si facevano seppellire con ori, e statuette che rappresentavano cibo, servitori, animali da compagnia e via dicendo. All'atto del respawn, di fronte a Anubi e Horus, potevano quindi bullarsi di avere un sacco di item, statuine e giocare a Doungeon & Dragons contro Osiride.

Non parliamo poi dei Greci.
Sulla resurrezione sono fichissimi: c'era più gente che ritornava dall'Ade di quanta non ne entrasse. Questo perché i Greci avevano la sana abitudine di salvare spesso la partita.
La cosa bella delle religioni pre-elleniche e quelle elleniche, anche quando si sono mischiate poi con quelle Orientali in seguito al fichissimo tour di Alessandro Magno, è che in sostanza chiunque poteva reincarnarsi più volte anche nello stesso corpo e nella stessa vita, perché la cosa dipendeva dagli Dei, da quanto eri importante per la trama del gioco, eccetera. Insomma, la roba spacciata da prima dei Greci a prima degli Ebrei era un sacco più giocabile, più accattivante, nonostante la grafica fosse più approssimativa nei dipinti. Il Cristianesimo sarà anche stato a 16 bit, pieno di effetti speciali e un sonoro della Madonna, ma a me i Coreuti di Sofocle piacevano un casino di più.
Per lo meno c'era una scelta. Vuoi respawnare in un nuovo personaggio dimenticando tutto quello che è successo prima e ricominciando da capo?
Bene, bevi un po' di acqua del fiume Lete e vai (nota: per chiunque abbia fatto studi classici, l'azienda che si è scelta questo nome per il suo beveraggio di H2O in bottiglia, ha fatto proprio una scelta brutta. Io quando passo davanti allo scaffale al supermercato, una grattatina di balle me la tiro, non so voi.)
Se invece vuoi ritornare per i cavoli tuoi nella tua vita, puoi sempre sfidare Thanatos, impietosire Zeus, fare l'occhiolino a Persefone, raggirare Ade… insomma, dipende da quanto sei su di livello nel gioco.
I Niubbi (per i non nerd: newbie, principianti) ricominciano la campagna.
Io che invece sono re Admeto e sono amico di Eracle, se mi muore la moglie lo dico a Eracle che va giù nell'Ade a farla risorgere a forza di calci in culo a Thanatos: è giusto, mi sono costruito una bella crew e mi gioco le mie carte.

Con gli Ebrei la cosa ha cominciato a perdere di fascino. Si cominciano a insinuare resurrezioni chirurgiche ed estremamente arbitrarie. Molto prima di Gesù già i profeti Elia ed Eliseo operano delle resurrezioni tipo quella che avrebbe poi reso famoso il Nazzareno in tutti i teatri di Las Vegas (si esibiva con il nome "Il Grande Nazzarini").
Pochi fortunati raccomandati vengono riportati in vita. Per tutti gli altri, c'è la resurrezione alla fine dei tempi. Che fregatura.
Mi fai risorgere, ma solo per salutare un attimo i tempi che finiscono, e poi? Insomma, non c'è continuità nel gioco, e sinceramente non capisco come Cristianesimo, Ebraismo e Islamismo abbiano potuto avere tutto questo successo commerciale.
Si festeggia ogni anno quello più bravo a risorgere e basta.
Visto che c'eravamo avremmo potuto fare una religione incentrata su Houdini.
Tra tutte le declinazioni Cristo-ebraico-islamiche è interessante la visione dei Testimoni di Geova: quando muori non esistono l'inferno e il purgatorio, ma solo un posto bucolico con le casette di legno tipo La Casa nella Prateria di cui abbiamo un filmato:

Tutti, anche i cattivi, si svegliano in questo posto, ma se non seguono la regola di Dio, quando moriranno la seconda volta, sarà per sempre.
E' un po' come i Laser game anni 80 se non avevi abbastanza monetine.
Infatti non se li cacava nessuno, i pochi a cui piacevano erano dei disadattati che rompevano le palle agli altri per imparare a giocarci. Anche in questo il paragone con i Testimoni di Geova regge.

Dopo Islam, Ebraismo e Cristianesimo, la resurrezione è diventata una cosa macabra, legata più che altro agli spiriti, ai fantasmi e agli zombie.
Insomma, si può dire che ci sia stato molto più genere horror e molta meno avventura.

I Buddhisti, compresi quelli di scismi come i Soka Gakkai, credono invece in una cosa demenzialissima: la reincarnazione continua, che è di fatto la tua punizione. Poi un giorno, raggiungerai un tale livello di purificazione da arrivare al Nirvana, ovvero quello stato nel quale non ti reincarni più.
Sostanzialmente il Game Over totale eterno.
Anche qui: poco attraente.

Una nota finale per i seguaci di Scientology che non si capisce bene come la pensino, l'importante è che gli dai i tuoi soldi. Però hanno questa cosa dei livelli, più spendi soldi più vai su di livello, come i coin op anni 90, e ad ogni livello la trama si fa sempre più intricata e fantascientifica, ti senti parte di un racconto con alieni succhiacervello, guerre intergalattiche, astronavi, john travolta e tom cruise, e quando sei superfichissimo dove ti spediscono?
Su un transatlantico che viaggia pacifico nell'Oceano.
Praticamente sei lì che pensi di fare parte della fazione giusta nella guerra contro Xenu, imperatore galattico malvagissimo e dove ti ritrovi?
Qui:

IN LOVE BOAT!
Ma vaffanculo va, voi e Tom Crùz.

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Manuale di cucina per carne umana. [Capitolo zero]

(storia a puntate. esce quando esce.)

Ingredienti: destrosio; regolatori di acidità: bicarbonato di sodio, acido malico; acidificante: acido citrico; sciroppo di glucosio, aromi.

I bastoncini effervescenti scoppiettano nel bicchiere d’acqua. Digestivo rinfrescante e dissetante, dice l’etichetta. Non che ci si sia bisogno di aver mangiato niente, ma è qualcosa quando non sai come domare la noia domenicale. Aspetti che scoppietti tutto, ingolli il bicchiere che sa di finto limone, digerisci il nulla, o la vita e intanto sono passati cinque minuti.
Altri cinque che si sommano ai trentacinque anni e una manciata di mesi, altro tentativo di non dare corda alla mania degli uomini di misurare il tempo.

Ingredienti: carbonio, acqua (oltre il 70%), zuccheri, lipidi; acidificante: vita; confezionato negli anni Settanta; da consumarsi preferibilmente il più presto possibile.

«Cuciamo un vestito circolare al tempo. Misuriamo l’immisurabile, diamo una forma rassicurante a qualcosa che non lo è».
Questo è, bene o male, l'apice del mio ragionamento giornaliero, e ne sono passati altri cinque, di minuti. Mica male, per essere Domenica.

Uno dei tanti micro-circoli temporali inventati dall’uomo per l’uomo si sta chiudendo. Domani è lunedì.
Poi tra poco comincerà un altro mese, e poi tra qualche mese un altro anno.
Tutti saranno pronti a giurare che sarà migliore di quello che è appena passato.
Ancora un po’ di pazienza, dicono.
«La pazienza è il condimento della nostra insipida pace.» sentenzio in modo decisamente autoritario mentre annuso l'ultima scoreggia. Ultima in ordine di tempo, non in assoluto.

Ingredienti: cemento, intonaco, ferro, legno, rame, ceramica; mutuo: trent’anni.

Quando smonti il tempo, quando vedi chiaramente che la linea è dritta e non ne vedrai mai la fine, allora tutto appare abbastanza vuoto.
Ma non vuoto da piangere. Vuoto da ridere. Come quando c'è una scatola o una valigia grossa, tu pensi che sia pesantissima, ti metti nell'ordine di idee di fare uno sforzo, non te ne rendi conto, ma prepari tutto il tuo corpo a quella dimostrazione di potenza e meccanica biologica, la alzi come un vero uomo e poi la scatola o la valigia sono leggerissime e fai quella faccia da coglione, quella che hai quando ti rendi conto di avere sbagliato.
Allo stesso modo il tempo e la realtà sono così: sei convinto di una cosa, ma ti sbagli e agli occhi di un osservatore fuori dal tempo e dalla realtà sembreresti solo buffo.

Sono nato negli anni settanta e la mia data di scadenza è da qualche parte nei primi decenni del duemila e questa cosa è allo stesso tempo tutta la storia e l'inizio.

Manuale di cucina per carne umana. [Capitolo zero]
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