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#Anonymous, gli #hacker e la capacità di discernere

#Anonymous, gli #hacker e la capacità di discernere

Vorrei diffondere questo appello di Massimo Melica, su una questione delicata.

Come sapete Anonymous ha bucato i server della polizia e ha pubblicato oltre un giga di dati, verbali di servizio, di riunioni, e via dicendo.

Tra questi dati ci sono anche cose che riguardano agenti impegnati in missioni delicate sotto copertura.

Ora, io sono stato un osservatore del fenomeno hacker da molto tempo, da quando aveva ancora un senso (etico) la parola "hacker".

Sono quindi abituato a fare qualcosa che in generale i media non fanno, ma che neanche molti di questi cosiddetti "hacker", non fanno, mettendo tutto in un unico calderone: discernere.

So discernere quali siano dati, anche riservati, che sia giusto pubblicare o no. Al di là della legge, che, come dice giustamente Massimo, dice che sia un reato. Ma anche volendo mettermi dalla parte di chi predica per una cosiddetta "libertà di essere informati", ci sono alcune cose che bisognerebbe saper leggere.

Un agente sotto copertura non è un robottino. E' uno che rischia la pelle più di tutti noi "eroi digitanti". Rivelare la sua identità vuol dire mandare a puttane non solo soldi pubblici e lavoro, ma probabilmente anche vite umane.

Non siamo in un film o in un videogioco.

Un hacker di quelli di una volta, di quelli che una volta erano tutti campi di bit e oggi non ci sono più, scuoterebbe la testa e direbbe: "Io non voglio neanche vederli quei documenti. Perché non mi interessa. Perché non è lì il punto."

Quindi, chiunque tu sia, Anonymous, ci sarebbe da fare una cernita del dato, per imparare ad essere dei "bravi hacker", e non sto parlando di tecniche, perché un vecchietto (informaticamente) come me non può insegnare niente a nessuno, non più.

Perché il primo principio dell'hacker è (era) quello di non creare danni informatici.

Figuriamoci danni umani.

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