Categoria: racconti a manovella

Quella volta che sono stato clandestino in Messico

Quella volta che sono stato clandestino in Messico

31 Dicembre 2008, Calexico, USA.

Eravamo io, Attilio, Marco e Davide

Da giorni viaggiavamo con un unico obiettivo: riuscire a fare il Capodanno in Messico.

Arrivavamo da una lunga discesa seguendo le coste del Colorado, con una rapida tappa a Yuma.

C'erano alcuni problemi logistici da risolvere:

1. La macchina che avevamo noleggiato poteva essere guidata solo in territorio USA.

2. Non avevamo idea se, dopo averci strappato il visto uscendo dagli Stati Uniti verso il Messico, poi rientrando ce l'avrebbero rifatto.

Per il punto uno non c'era problema: ci fermammo in un albergo a 2 KM dal confine, pronti ad andare a piedi verso il Messico, lungo la statale 111, la grossa arteria che collega la California al Sud.

Per il punto due, siamo italiani: chiediamo.

Calexico e Mexicali sono in effetti la stessa città, tagliata in due dal confine.

Calexico, lato USA, è una sorta di merda post-industriale a forma di città. Ci sono solo motel, uffici di cambio, rivenditori di auto usate e fast food. Ma al di là del confine c'è Mexicali. Ce lo dicevano tutti. A Mexicali c'è la vita, c'è la fiesta.

Nessuno ci avrebbe fermato.

Arrivati al Motel entrai a portare i bagagli e prendere stanza. Già successe qualcosa di anomalo.

Il tizio alla reception mi dice di seguirlo. Attraversiamo la sala di un ristorante cinese, quindi le cucine, sbuchiamo quindi in un corridoio dove ci sono le stanze.

Dissi: – Ma quella porta dà sul parcheggio, non possiamo entrare da lì? Ha anche il lettore di chiavi.

Rispose: – No, l'abbiamo disattivata, entrate da davanti, è più sicuro.

– Più sicuro?

– Sì, i ragazzi del luogo sono soliti rapinare i nostri ospiti. Davanti ci sono le telecamere, così se vi succede qualcosa almeno poi possiamo vedere chi è stato.

– Corretto.

Esco e dico ai ragazzi che i bagagli sono in stanza e che è meglio se l'auto rimane nel parcheggio davanti all'entrata. Spiego la cosa dei rapinatori e del fatto che se ci trucidano, almeno poi possono vedere chi sia stato, e i tre commentano:

– Corretto.

Ci incamminiamo quindi verso il confine. Obiettivo: capirci qualcosa.

Lungo la strada vediamo una baracca di legno storta e cadente: Bar 111. Ci segniamo mentalmente il posto, potrebbe tornare utile.

Arrivati nei pressi del confine vediamo il varco stradale, centinaia di automobili formano un fiume di acciaio e gomme continuo, tutti diretti verso la fiesta.

– Ok, ragazzi, dobbiamo capire dove sia il passaggio pedonale e qualcuno a cui chiedere per il dubbio sul visto.

Non riusciamo a capire, ma vediamo dall'altra parte della strada dei locali che sembrano uffici. "Dall'altra parte della strada", vuol dire che tra noi e quei locali c'erano qualcosa come trenta corsie di asfalto.

– Niente paura, qui ci sono le strisce pedonali, attraversiamo.

Nota: negli States le strisce pedonali non sono come da noi, le zebre per intenderci. Lì generalmente agli incroci ci sono due strisce bianche perpendicolari ai marciapiedi e quello è l'attraversamento pedonale.

Queste invece sembravano proprio le nostre strisce pedonali. Zebrose e rassicuranti. Con solo due differenze: erano ENORMI e ai lati avevano delle borchie metalliche.

Ma non ci pensiamo. Dobbiamo arrivare dall'altra parte. Ci mettiamo quindi ad attraversare il flusso di automobili dirette verso il Messico, ringraziando da buoni pedoni le auto che si fermavano.

Il fatto che gli automobilisti seguissero il nostro attraversamento con la mascella spalancata e gli occhi sbarrati ci fece solo pensare che in quel paese di barbari non esistessero pedoni gentili che ringraziavano durante l'attraversamento.

Intanto, avevo notato che un poliziotto dall'aspetto non propriamente americano, con i baffi e un'uniforme brutta, aveva cominciato a guardarci dalla sua sedia.

Ma vabbeh, è un poliziotto: guardare è il suo mestiere, insieme a mangiare ciambelle e picchiare i barboni. Quindi tutto ok. Basta non guardarli di rimando e comportarsi normalmente.

Quindi normalmente arriviamo dall'altra parte della superstrada e ci troviamo di fronte a un cartello ENORME che dice in 4 lingue (che tutti bene o male comprendevamo) "QUI NON SI PUO' PASSARE A PIEDI" e, visto che gli americani ci tengono a farsi capire, c'era pure il disegno di un omino che cammina sbarrato da un'enorme riga rossa.

Ci fermiamo tutti e quattro a guardare il cartello.

Il poliziotto cicciobaffuto si alza dalla sedia, lo vedo con la coda dell'occhio.

Dico: – Qua dice che non possiamo andare.

Marco: – Sicuro?

Davide: – Ma forse vuol dire che non possiamo andare dal cartello in poi.

Guardiamo dietro il cartello, e c'è un muro. Anche volendo, sarebbe impossibile andare dal cartello in poi.

Qualche dubbio comincia a prenderci, mentre il poliziotto frontaliero paffutello e peloso muove qualche passo nella nostra direzione.

Marco risolve quindi brillantemente l'equazione. Con plateale gesto del braccio ad accompagnare la sua frase dice, guardando il cartello (visibile, per dimensioni, dalla Luna): Vabbeh, al massimo diciamo che non l'abbiamo visto.

Marco istantaneamente guadagna +60 punti italianità.

Soddisfatti della soluzione ci avviamo anche noi verso il poliziotto cicciopasticcio.

Davide vede la porta di un ufficio, le luci chiaramente spente e un catenaccio a chiudere i due battenti e dice: – PROVIAMO A CHIEDERE QUI!

Si avventa sulle maniglie, cerca di aprirle nonostante l'evidente catenaccio, mentre lo guardiamo esterrefatti.

Dopo qualche spintone torna sui suoi passi e ci rivela: – E' chiuso.

Il poliziotto cicciosorpreso ci guarda oramai con gli occhi fuori ordinanza.

Arriviamo al suo cospetto sorridenti e italiani.

– SALVE!

– Buongiorno, dice.

– Ahem… noi volevamo avere informazioni per andare in Messico!

– Voi SIETE in Messico.

– Ah.

– Ah.

– Ah.

– Ah. E dove abbiamo attraversato il confine?

Indica: – Lì

Le strisce pedonali. Solo che quello era l'inizio della zona di confine per le auto.

– Ah.

– Ah.

– Ah.

– Ah. Non ce ne siamo accorti.

Specifica: – E siete anche passati anche sotto questa enorme scritta "Estados Unidos Mexicanos."

Indica in alto.

Guardiamo in alto.

– Ah.

– Ah.

– Ah.

– Ah. E… scusi… Ma poi ci sono problemi per rientrare negli Stati Uniti?

Ci guarda come se fossimo alieni: – Beh, dovrete chiederlo ai poliziotti americani.

– Giusto.

– Corretto.

– Impeccabile.

– Cristallino. E… Scusi… ora che facciamo?

Mentre sentiamo i primi botti, molto in anticipo sulla mezzanotte, provenire da Mexicali e il silenzio più assoluto provenire da Calexico, cicciopolismano dice: – Seguitemi.

Lo seguiamo.

Un po' pensiamo anche "cazzo".

Ci porta in un sottopassaggio, sbuchiamo in un ufficio, dove ci sono dei poliziotti americani.

Poliziotti americani di turno alla dogana messicana il 31 Dicembre sera.

Cicciogonzales ci dice: – Chiedetelo a loro.

E se ne va.

Guardiamo i cops.

Ci dirigiamo verso di loro, brandendo il passaporto, e il tizio seduto ci chiede: – MOTIVO DELLA VOSTRA VISITA NEGLI STATI UNITI?

Marco, che aveva l'inglese migliore, si fa avanti coraggiosamente.

– Ahem… vede… a dire il vero fino a cinque minuti fa noi ERAVAMO negli Stati Uniti. Vede?

Indica fuori dalla finestra. Noi altri tre facciamo sì sì con la testa.

– Eravamo su quel marciapiede davanti a quelle grosse strisce, e pensando di chiedere informazioni inavvertitamente abbiamo attraversato il confine verso il messico LA PREGO CI FACCIA RIENTRARE NON LO FACCIAMO PIU' SIAMO ITALIANI FACCIAMO SEMPRE CASINO LA PREGO ABBIA PIETA'!

Per tutto il tempo ci guarda con un sopracciglio alzato.

Prende il pasaporto di Marco, da uno sguardo e con un sospiro fa: – Passa.

Ci avviciniamo anche noi tre, uno alla volta.

– The same.

– The same.

– The same.

Ci guardano passare increduli.

Immediatamente veniamo iscritti sul sito dell'FBI nell'elenco dei dieci deficienti meno pericolosi sul suolo USA, ai primi quattro posti.

Fuori dalla dogana ci accendiamo una sigaretta.

Dico: – Però, quanti occidentali saranno mai entrati come dei clandestini in Messico, per poi essere risputati negli Stati Uniti con disprezzo?

Nessuno.

E' pur sempre un primato.

Decidiamo di chiedere informazioni su dove passare il capodanno nell'unico Burger King aperto.

– Mi raccomando ragazzi, chiediamo solo informazioni, non possiamo fermarci a mangiare in ogni fast food come negli ultimi sette giorni.

Tutti d'accordo.

Entriamo e al bancone c'è lei. Una dea messicana di una bellezza indicibile.

La magliettina Burger King troppo, troppo stretta.

Ci fermiamo davanti al bancone inebetiti.

– Cosa prendete?

Ci ritroviamo seduti a un tavolo con davanti quattro menu king size con tanto di Coca Cola da ettolitro.

Ci guardiamo in faccia.

Dico: – Ma non dovevamo chiedere solo informazioni?

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