Categoria: racconti

Manuale di cucina per carne umana. [Capitolo zero]

(storia a puntate. esce quando esce.)

Ingredienti: destrosio; regolatori di acidità: bicarbonato di sodio, acido malico; acidificante: acido citrico; sciroppo di glucosio, aromi.

I bastoncini effervescenti scoppiettano nel bicchiere d’acqua. Digestivo rinfrescante e dissetante, dice l’etichetta. Non che ci si sia bisogno di aver mangiato niente, ma è qualcosa quando non sai come domare la noia domenicale. Aspetti che scoppietti tutto, ingolli il bicchiere che sa di finto limone, digerisci il nulla, o la vita e intanto sono passati cinque minuti.
Altri cinque che si sommano ai trentacinque anni e una manciata di mesi, altro tentativo di non dare corda alla mania degli uomini di misurare il tempo.

Ingredienti: carbonio, acqua (oltre il 70%), zuccheri, lipidi; acidificante: vita; confezionato negli anni Settanta; da consumarsi preferibilmente il più presto possibile.

«Cuciamo un vestito circolare al tempo. Misuriamo l’immisurabile, diamo una forma rassicurante a qualcosa che non lo è».
Questo è, bene o male, l'apice del mio ragionamento giornaliero, e ne sono passati altri cinque, di minuti. Mica male, per essere Domenica.

Uno dei tanti micro-circoli temporali inventati dall’uomo per l’uomo si sta chiudendo. Domani è lunedì.
Poi tra poco comincerà un altro mese, e poi tra qualche mese un altro anno.
Tutti saranno pronti a giurare che sarà migliore di quello che è appena passato.
Ancora un po’ di pazienza, dicono.
«La pazienza è il condimento della nostra insipida pace.» sentenzio in modo decisamente autoritario mentre annuso l'ultima scoreggia. Ultima in ordine di tempo, non in assoluto.

Ingredienti: cemento, intonaco, ferro, legno, rame, ceramica; mutuo: trent’anni.

Quando smonti il tempo, quando vedi chiaramente che la linea è dritta e non ne vedrai mai la fine, allora tutto appare abbastanza vuoto.
Ma non vuoto da piangere. Vuoto da ridere. Come quando c'è una scatola o una valigia grossa, tu pensi che sia pesantissima, ti metti nell'ordine di idee di fare uno sforzo, non te ne rendi conto, ma prepari tutto il tuo corpo a quella dimostrazione di potenza e meccanica biologica, la alzi come un vero uomo e poi la scatola o la valigia sono leggerissime e fai quella faccia da coglione, quella che hai quando ti rendi conto di avere sbagliato.
Allo stesso modo il tempo e la realtà sono così: sei convinto di una cosa, ma ti sbagli e agli occhi di un osservatore fuori dal tempo e dalla realtà sembreresti solo buffo.

Sono nato negli anni settanta e la mia data di scadenza è da qualche parte nei primi decenni del duemila e questa cosa è allo stesso tempo tutta la storia e l'inizio.

Manuale di cucina per carne umana. [Capitolo zero]
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[Incipit di romanzi rifiutati] La ricerca di Prust

Gianni era felice.
Stava insieme a una ragazza che soffriva molto per i problemi delle madri dei desaparecido e che sull'argomento aveva letto tutto un libro intero e visto con grande coraggio un documentario in full accadì.
Quella sera tornò a casa e lei gli disse che sarebbe andata via, la sofferenza del mondo era troppa e doveva fare qualcosa.
Dove vai, le chiese?
A Latina, rispose lei.
Ma come farai coi soldi?
I soldi non sono tutto, disse con una punta di rimprovero nella voce, ho delle azioni da parte, me le ha regalate Sergio.
Gianni restò in silenzio, ma il suo sesto senso non gli fece sfuggire alcuni particolari piccolissimi: il biglietto del treno per due persone sul tavolo, la valigia di lei già fatta, la sua valigia che bruciava in terrazzo, un tatuaggio fresco sul braccio di lei, "Sergio allòviu" e un tizio seduto al tavolo. Fece due più due e capì che forse le cose tra di loro non stessero andando proprio bene.
Ma non voleva scoprire subito le carte.
Guardò il tizio al tavolo e disse: Sergio, suppongo.
Il tizio scoppiò in lacrime, prese la mano di Gianni e tra i singhiozzi disse: no, ma se lo becco lo ammazzo, mi sta portando via il mio amore.
Gianni era felice, ma cominciò a essere un po' pensieroso.

~

Gianni era stato felice fin da bambino.
Sua madre non smetteva di ricordare quella volta che entrò due minuti in posta e lo lasciò fuori, sul passeggino. Quando uscì, trovò una multa per abbandono di rifiuti pinzata al moschettone che teneva il ciuccio attaccato al vestitino.
Ma mamma, e se mi avessero rapito gli zingari?
Non essere razzista, lo rimproverò, gli zingari hanno un senso estetico più sviluppato di quanto non si pensi, amore mio.
E rideva, rideva, e Gianni era felice di far ridere sua mamma.

~

Era il suo primo appuntamento con Dariah. Non era mai uscito con una ragazza con l'acca (o senza) nel nome.
Si era segnato mentalmente una serie di cose romantiche da fare insieme, prese dalla sua enorme cultura in fatto di film Americani dove ragazzi timidi e riservati escono con una ragazza spigliata. Era anche pronto ad eventuali ritorsioni di bulli scolastici karateki che in quanto tali avanzano pretese sulle ragazze spigliate.
In cima alla lista c'era: farsi una foto alla macchinetta delle fototessere facendo espressioni buffe.
In fondo alla lista c'era: tette.
Tette in Times New Roman corpo 72.
In mezzo: il mare.
Ma, si disse, anche il tette di mille chilometri inizia con il primo tette.
Scosse la testa e la vide arrivare.
Bella.
Spigliata.
Con una borsetta troppo piccola per contenere un qualsiasi tipo anche solo ipotetico di portafoglio.
Le indicò la macchinetta e lei entusiasta disse sì.
Il suo primo sì.
Gianni era così felice che riuscì a fare una sola faccia buffa su quattro scatti.
Lei era perfetta, sapeva fare le facce con perfetto sincronismo.
Uh. Flash.
Ah. Flash.
Bleah. Flash.
Eah. Flash.
Uscirono ridendo e la macchina si mise a macinare e sviluppare.
Dopo una digestione chincagliosa e arrugginita sputò fuori le fototessere.
Lei era perfetta, e in ogni foto era con un ragazzo diverso.
Gianni era felice, ma non riuscì in un primo momento a spiegarsi come fosse successo.
Poi sorrise.
Sapeva di avere un intuito fuori dal comune, e capì subito che c'era qualcosa di sbagliato, in quella macchinetta per le fototessere.

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#Incipitdimenticati in fondo a un cassetto

A volte capita di rovistare cassetti, reali, o virtuali, e spuntano fuori cose dimenticate.
Chi ha l'amore per la scrittura, poi, trova incipit di racconti, romanzi, appunti di cose che non hanno mai avuto seguito e che non l'avranno mai.

Sono sicuro che in tanti ne hanno qualcuno, da qualche parte.
Io getto la cosa nel mare, vediamo quanti rispondono. Mi piacerebbe leggere l'incipit dimenticato di qualcuno che passi di qui.
Se vi va pubblicate il vostro sul vostro blog, o su Facebook e marchiatelo con il tag #incipitdimenticati
Io ne metto uno.

Non ha un titolo, quindi glielo darò ora: Sottosopra.

#Incipitdimenticati in fondo a un cassetto

«Il giorno che sono nato, è successo un casino, Bixi.»
Lo sapevo che aveva sentito la storia mille volte. Sapevo anche che non credeva che tutto tutto fosse vero, perché, diceva, quando sei nato non puoi ricordartelo proprio bene. In effetti aveva ragione, ma lo ammetto solo ora. Ma quella volta la situazione era tesa, veramente tesa, e mi serviva raccontare di quando ero nato. Perché, mi dicevo, se sono sopravvissuto a quel casino, allora posso scampare anche questa. Una delle tante avventure mie e di Bixi. Ma più pericolosa delle altre.

Il Condominio Grandi era una specie di paradiso, per noi bambini. Era meraviglioso e terrificante al tempo stesso. Mio papà, quando gli avevo detto che quel groviglio di mattoni e tunnel mi piaceva ma mi impauriva, mi disse che gli antichi greci avevano una parola sola per dire tutte e due le cose: deinòs. Mi raccontava queste cose, ma me le tenevo quasi sempre per me: quando mi capitava di dirle, giù in cortile, se andava bene mi prendevano in giro. Se andava male finiva sempre a botte con Fabio, che era stato figlio di un ex vicesindaco, e quindi aveva più potere di tutti, nella scala sociale. Però mi faceva ridere, pensare ai greci che litigavano perché uno voleva dire che era una giornata da paura e l’altro capiva che invece era spaventosa. Se sono tutti morti, gli antichi greci, ci sarà un motivo. Non sapevo perché mio padre mi raccontasse sempre quelle cose sul passato. Mi piacevano, ma non ero sicuro di capirle proprio tutte dritte, come non ero sicuro di capire dritto neanche loro due: mamma e papà. Ma d’altra parte si sapeva che i genitori e tutti i grandi in generale, erano degli esseri strani.
«Sono arrivato alla conclusione che i grandi sono una specie di razza aliena che vuole assimilarci.», dissi una volta al mio migliore amico, Culone. Culone mi guardava con il labbro inferiore che gocciolava, come sempre. Aveva una specie di cosa al naso, per cui respirava sempre solo con la bocca e quindi faceva un gran casino di saliva. Come se fosse sempre raffreddato, ma senza il moccio. Continuava a risucchiare saliva, con la lingua mezza fuori dalla bocca. Quando ti toccava il braccio, sentivi sempre la mano umidiccia. Insomma, faceva un po’ schifo, ma era uno di quelli che se ti dice che giura crocesulcuore, allora puoi starci sicuro. E poi ci parlavo quasi solo io con Culone.
«Facci caso. Si arrabbia tua mamma se attacchi le caccole dietro il termosifone?»
«Sì!», e me lo diceva con uno sguardo tra il sorpreso e il deluso. Io mi chiedevo se i greci avevano una parola anche per quello.
«Eppure sappiamo benissimo che è il posto migliore per conservarle, no? Ecco, abbiamo mia mamma e la tua che si arrabbiano per la stessa cosa. E poi ci saranno altre cose sulle quali sono d’accordo tra di loro, anche se non si sono mai conosciute, apparentemente. Le sto raccogliendo tutte su un quaderno segreto. C’è qualcosa di strano, sotto. Ricorda quello che dico, Culone: i genitori sono una enorme mente collettiva. Se non mi vedrai più è perché sapevo troppo.» E qui Culone si cagò addosso. Capitava spesso. Diventava rosso, saliva a casa, e tornava giù con un paio di pantaloni nuovi.

Bixi tremava di paura. Non riusciva a tenere il manubrio fermo. Faceva tremare anche a me, quella cagainmano. Allora decisi di andare avanti io.
«Stai qui», le dissi. La appoggiai al muro con il pedale alzato, perché le avevo tolto il cavalletto, che era da sfigati. Ma già girata verso la direzione opposta. Nel caso avessimo dovuto scappare rapidi. Nessuno si era ancora spinto da quel lato delle Cantine. Guardai la porta. Era una di quelle che si aprono a spinta, da dentro. Bixi mi implorava di scappare via, di andarcene. Però quella porta si era aperta, quindi voleva dire che dall’altra parte c’era qualcuno che aveva premuto il maniglione. E poi quel corridoio non l’aveva ancora mai esplorato nessuno. Mi avrebbero intitolato il passaggio, se fossi tornato per raccontarlo. Era una di quelle cose per le quali valeva la pena di provare.
«Mia mamma non riusciva a farmi nascere, perché ero girato sottosopra, Bixi, e allora un dottore mi ha preso per i piedi e mi ha tirato fuori.» Mi tremava un po’ la voce, a dire il vero, ora. «Sarà per questo che faccio sempre le cose a rovescio.»

Il telegiornale aveva detto che quel giorno lo avevano allungato di un secondo. Degli scienziati si erano riuniti tanti anni prima, e avevano deciso che ogni tanto gli orologi sbarellavano rispetto al sole, che insomma non era tutto proprio preciso. E allora, ogni tanto, quando si accorgevano che gli orologi erano troppo sbarellati, aggiungevano un secondo in un giorno. Si chiamava “minuto di sessantuno secondi”. Avevano anche detto che quell’anno era la dodicesima volta che aggiustavano l’ora, da quando avevano iniziato a farlo tanti anni prima. Mi rimase impresso perché solo un mese prima avevo fatto sei anni. E se contavo due volte i miei anni, arrivavo a dodici. Era il 1983 e i miei genitori erano contenti che io sapessi leggere e scrivere e contare, anche se la scuola dovevo ancora iniziarla. Quel secondo in più mi tichettava in testa, avrebbe voluto farmi fare dei ragionamenti più grandi, ma non ero ancora capace di capire quali.
Una sensazione che mi dava fastidio e che mi avrebbe infastidito molte altre volte, in futuro.

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Io e il mio Macellaio. La raccolta.

Una raccolta di alcuni scritti postati qui e là che vedono protagonista il mio macellaio e la sua preziosa attività di consulenza, soprattutto nel settore dell'Economia. I pezzi sono anche un omaggio (fatto male apposta) allo stile di maurizio milani.

Aforismi venuti male

Conosci il tuo macellaio.

Economia 1

Ho deciso di mettere su un'agenzia di rating per andare in giro a declassare le cose e le persone. Perché ho pensato: il problema è che Moodies declassa a cannone le banche e gli stati, ma il resto delle cose restano uguali.
Per esempio, ieri ha declassato la mia banca e io sono andato lì dal direttore a bulleggiarlo e a tirargli schiaffi sul coppino.
Questo non va bene.
Allora ho messo su Boobies (che in inglese vuol dire tette e le tette non si declassano mai, quindi sto in una botte di tette… ecco lo sapevo, ora mi sono incastrato sulle tette e non riesco a procedere, mi devo sparaflesciare. Swamp!).
Boobies ha il compito di livellare i rating.
Prima sono andato dal mio macellaio e gli ho declassato la moglie e il cane. Lui mi ha tirato dietro un batticarne olimpionico ma si vedeva che ci era rimasto male.
Ora non capisce ma quando avrò finito di declassare tutto il mondo, staremo tutti meglio.
Ora vado che arriva il treno (che più di così non è declassabile) e ho una decina di vagoni di pendolari incazzati da tirare giù di rating.
Addio.
Tette.

P.s. x la commissione reale di Svezia per i nobel. Il nobel all'economia con interim alla pace, lo vorrei agitato e non sciecheràto.

Economia 2

La banconota da zero euro.
Sostanzialmente io e il mio macellaio (che è anche il mio agente di borsa e il mio psicologo), abbiamo creato questo complesso sistema macro-micro-economico nel quale si inserisce questa banconota da zero euro.
Quando non hai più soldi, te la stampi autonomamente (togliendo così alla malavita il giro delle banconote falsificate) e ti ci riempi il portafoglio.
C'hai fame?
Vai dentro una panetteria, dai un'annusata all'aria e gli molli qualche banconota da zero euro.
Per strada ti ferma il toffanello che ti chiede du' spicci per comprare il biglietto del treno?
Fai lo splendido e gli piazzi in mano una mazzetta di banconote da zero euro e gli dici: "Vai, giovane".
Oppure ancora, arriva la cartella esattoriale ma non c'hai più niente, vai da Equitalia con una carriolata di banconote da zero euro e gliele ammolli lì dicendo: "Contatevele".

Insomma, psicologicamente può rinascere quella mentalità anni 80 molto yuppie uanagana, ti senti il portafoglio gonfio e si innesca un meccanismo per il quale poi si genera benessere.
Ora, il meccanismo, prima che mi scendesse l'effetto dello Xanax, era chiarissimo, adesso è un po' nebuloso, ma vi assicuro che era una ficata.

Economia 3

Oggi ho fatto una riunione col mio macellaio e col caldaista, al fine di trovare delle soluzioni per la crisi economica.
Per prima cosa abbiamo buttato giù dal balcone delle bombole esauste e poi siamo andati in strada a spaccare via un po' di vetrine, a ribaltare tutti gli apecar e a dare fuoco ai bidoni dei vestiti usati della caritas.
Giusto per dare quell'impressione lì, che si trattasse di un summit importante.
Poi abbiamo deciso che l'ideale è dare la colpa a qualcun altro, però visto che c'è già chi dà la colpa a un po' tutto (chi all'euro, chi alla colf di Ciampi, chi a Giucas Casella) allora abbiamo deciso di incolpare Trinità, il pastore maremmano del caldaista.
L'abbiamo messo lì e abbiamo cominciato a dire "Cattivo Triny! Brutto cane cattivo! Chi ha fatto tutta questa crisi? Più! Non si fa più!".
E lui aveva le orecchie basse e la coda tra le gambe, segno evidente di colpevolezza canina.
Quindi gli abbiamo fatto mettere il muso nella crisi e quindi ora dovrebbe essere tutto risolto.

Economia 4

Come oramai molti di voi sanno, il mio macellaio fa per me diversi lavori. Esso è infatti il mio psicologo, il mio agente di borsa, il mio consulente d'immagine, il mio social media manager, oltre che agente letterario, tribuno della plebe, arbiter elegantiae, imbalsamatore, faccendiere, consigliere politico, riserva a calcetto, marconista, amico immaginario e meccanico quantistico (notevole quando mi ha sostituito la cinghia di trasmissione con una stringa di trasmissione {se stai ridendo in questo momento vuol dire che sei un nerd senza speranza, se stai pensando di puntualizzare sei un ingegnere senza speranza}).
Comunque sia, tempo fa avevamo elaborato una teoria secondo la quale sarebbe bastato trovare un colpevole, all'inizio individuato in Trinità, il suo cane. Cane che sgridato e minacciato di bastonate se non avesse smesso di fare tutta questa crisi in giro, aveva reagito guaendo con le orecchie basse.
Ma la cosa non ha risolto la crisi, quindi abbiamo dovuto elaborare una nuova teoria.
Siamo quindi andati a tirare lavatrici dal cavalcavia dell'autostrada, attività che più di ogni altra aiuta il ragionamento.
Proprio quando stavamo per scoraggiarci, l'illuminazione.
Come ogni crisi, bisogna ragionare sulle cause.
Perché l'economia è in crisi?
Presto detto.
Perché non ha nessuno con cui parlare, fare quattro chiacchiere, sfogarsi e buttare un po' fuori le energie negative.
Insomma, all'economia non gli passa un cazzo.

Quindi abbiamo deciso di diventare amici dell'economia, invitarla qualche sera a fare una passeggiata, dirle "dai su che passa tutto col tempo", e poi piano piano farla aprire, abbracciarla mentre piange e dire "sì così, butta fuori" facendole pat pat sulla spalla, e poi correre felici sulla spiaggia e metterci sugli scogli ad ammirare un tramonto di pregevole fattura e carico di tante sfumature di amicizia.

Scrittura Creativa

Il mio macellaio, che è anche il mio agente letterario, mia convinto a piegarmi alle logiche commerciali e a scrivere la puntata di San Valentino de…

Sceneggiature (di ammore) che mi hanno rifiutato

BodyGardaland

Prezzemolo è un ex agente dell'Fbi sotto copertura, il suo compito è difendere la ruota panoramica del parco giochi che in realtà è Barbara Streisand sotto copertura (quella che pare la ruota panoramica infatti è una elaborata pettinatura).
Una sera Prezzemolo sente dei terrificanti rumori venire dalla ruota panoramica, come di acciaio arrugginito che si piega, allora allarmatissimo corre ma è solo la Streisand che in un momento di solitudine sta cantando una canzone alla Luna.
Sarà la Luna, sarà che i latrati farraginosi di prima gli hanno provocato un trauma ai timpani e una liquefazione permanente del cervello che ora gli sta colando lentamente da un orecchio, ma Prezzemolo trova la Streisand bellissima.
Alla mattina i primi visitatori vengono sorpresi da quello che sembra Prezzemolo dare colpi d'anca a quella che sembra la ruota panoramica e schiaffeggiarla gridando quelle che sembrano frasi di passione ma che in realtà sono solo elaborate citazioni del film "Rocco invade la Polonia".
Lo scandalo.
La polizia.
La separazione.
Quella che sembra la ruota panoramica si stacca e comincia con quelli che sembrano strazianti rumori di ferro arrugginito a schiacciare i visitatori e gli agenti che stanno prelevando un Prezzemolo ancora infoiato, il quale intanto sta cercando di ingropparsi l'ambulanza ululando: – Si amore è stata un'ottima idea portare anche il tuo cane!

A questo punto non ricordo più come va avanti perché, mentre stavo illustrando lo storyboard ai produttori, mi hanno sedato sparandomi con un narcofucile veterinario con dentro una dose di sonnifero da elefante in su.

Io e il mio Macellaio. La raccolta.
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Sapessi com’è strano duplicare delle chiavi a Milano

Sapessi com'è strano duplicare delle chiavi a Milano

(sottotitolo: anche i duplicatori di chiavi a milano sono fighetti)

Tra le chiavi perse c'è quella dell'ufficio, che è una chiave di quelle ciccionissime e strane che aprono serrature di ultrasicurezza e difficilissime da duplicare con metodi tipo 007 che fa il calco della chiave con la saponetta.
Peccato che intorno alla serratura ci sia una porta del 1200 che si apre con una alitata post-kebab completocipolapicante.
Parto dall'ufficio alle 14 e incontro solo ferramenta che appena vedono la chiave cicciotta mi dicono:
– Questa non ho la macchina per duplicarla.
Io: – Sa dove possono farla?
– Mah.
Dopo lunghe peregrinazioni arrivo in un negozio la cui insegna è una enorme chiave. Niente scritte, solo una chiave gigante.
Apre alle 15.
Aspetto bevendo un caffè in un bar vicino.
Alle 15 e 5 mi muovo.
Entro e c'è un tizio che ha l'aria di un intenditore, dietro il bancone.
Davanti a me un vecchietto che aveva appena portato circa 400 chiavi da duplicare.
Aspetto.
Il duplicatore di chiavi su ogni chiave ci mette l'impegno, la precisione e la passione che ci metterebbe il Pinturicchio a farsi una pippa.
Ogni chiave la guarda in controluce.
La annusa.
La soppesa.
La lima.
La ama.
Quando arriva il mio turno, guarda la chiave cicciotta e con un sorriso di sufficienza, come se stessi dando una sottrazione da risolvere a Rita Levi Montalcini, mi dice:
– Sì, ci vorranno 10 minuti. Aspetti o ti faccio chiamare?
Penso: "Elamadonna".
Dico: – No aspetto.
E mi servono anche due copie di tutte queste.
Prende tutte le chiavi con un sospiro come se pensasse "un grande artista come me per delle così misere chiavi".
Io taccio perché mi sento anche un po' in colpa. Lui mette le chiavi normali in una macchinetta che le fa automaticamente e si mette comunque a soppesare con professionalità quella cicciopasticcia.
Entra una ragazza con una chiave stranissima.
L'artista la guarda, non la ragazza, ma la chiave e dice:
– Hum. E' la chiave di una cassaforte?
– Sì.
– Ma funziona?
– Sì.
– Sicura? A me pare smussata.
– No, non funziona.
– Dicevo io. Devi portarla lunedì, lasciarmela la mattina e puoi venire a prenderla la sera.
– Quanto costerà?
– 25 euro.
Io penso: "Minchia."
Dico: – Che chiave impegnativa! Eh eh. Eh… eh.
Taccio.
Si rimette al lavoro sulla chiave ciccia.
Entra un vecchietto con una chiave che sembra un incrocio tra un incidente automobilistico e le chiavi della città di San Francisco.
L'artista la prende, la soppesa, la assaggia con la punta della lingua.
Dice: – Incredibile, una Haromichael-Lindergraften-Zuri-Poppenberger del 1927! Erano anni che non ne vedevo una!
Il vecchio dice: – Mi servirebbe una copa.
– Costerà sui 70 euro.
Penso: "Taccio".
Dico: – Taccio.
– Però me la deve lasciare due giorni.
Mi scappa: – Elamadona!
L'artista mi fulmina, mi rende le mie chiavi dopo averle lucidate, fresate, accarezzate e pure dopo aver loro sussurrato qualcosa nelle orecchie. (non sapevo che le chiavi avessero le orecchie!)
Chiedo: – Posso prendere anche un anellino e un moschettone?
Risponde: – Fai pure.
– Quant'è?
Dice: – Le chiavi e il moschettone 28 euro. L'anellino te lo regalo.
Guardo il prezzo degli anellini: 40 centesimi.
Taccio.
Esco con le mie chiavi scintillanti nel sole.
Che artista!

Stasera se quelle di casa non funzionano, torno lì e gli do fuoco al locale.

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La Bella e la Bestia

(della serie: le grandi favole rilette da un imbecille)

C'era una volta un mercante con tre figlie. 

Di queste, due erano perfide, schizzinose e stringiculo; una, invece, era bellissima, dolce e pura di cuore, si chiamava Bella. Le sorelle fighe di legno, respingono tutti i pretendenti. Bella, invece, prima gliela fa annusare, si fa pagare le cene e poi li respinge. Il mercante, pur non capacitandosi di quanto siano stronze le sue figlie, parte per un lavoro e chiede loro cosa vogliano in dono. Quelle perfide vogliono roba preziosa, vestiti e svarowski. Bella, lei dolce, vuole solo una rosa. 

Il mercante parte ma scopre che il lavoro gli è andato dimmerda, gli hanno sequestrato il carico, la banca gli ha chiuso i cordoni e quindi decide di tornarsene a casa. 

Durante il tragitto viene sorpreso da una bufera e si rifugia in un castello che pare disabitato, anche se è bello pulito, spazioso, luminoso, libero subito. Nel giardino vede delle belle rose e cerca di coglierne una. 

Qui inizia il casino. 

Il padrone del castello si annusa le ascelle, parla a bocca piena, sbadiglia senza mettere la mano davanti alla bocca: è una Bestia. 

Gli dice: io ti permetto di ripararti dalla bufera e tu mi fotti la rosa? Ovviamente devi morire. 

Mercante: – Non ti pare esagerato? 

Bestia [mangiando con le mani]: – Siamo nelle fiabe, amico, qui la vita non vale un cazzo. Peggio che nel Far West. 

Mercante: – Ah ok. Allora sono costretto a dirti che è colpa di una delle mie figlie stronze, che mi ha chiesto una rosa. 

Bestia [grattandosi il pacco]: – Quale? Una di quelle stringiculo e perfide, o quella bella, dolce, simpatica che ti dice che con gli altri è solo sesso sesso sesso e con te invece può parlare perché sei un vero amico? 

Mercante: – Quella bella, amorevole e buona che accetta tutti i tuoi inviti, si fa scarrozzare, le paghi il cinema e il teatro e che poi ti dice che sei un vero amico e non vorrebbe rovinare un così bel rapporto. Le stringiculo mi hanno chiesto gli svarowski. 

Bestia [prendendo con le mani da un piatto dove devono prendere tutti]: Ok, facciamo così. Invece di ucciderti ti prendi questo baule pieno di svarowski, così sei in debito con me. Se entro tre mesi non mi porti qui la figlia bella, io ti ammazzo e ti brucio la macchina. 

Il Mercante accetta e vince il premio "Padre dell'Anno". 

Torna a casa e fa sentire in colpa la figlia Bella, la quale accetta di andare al castello della Bestia. 

La Bestia accoglie padre e figlia grattandosi la schiena con l'unghia del mignolo più lunga delle altre unghie.

Il Mercante viene congedato e la Bella rimane lì. 

La Bestia, nonostante la sua educazione di scarso livello, si dimostra gentile, premuroso, rispettoso. Insomma, azzerbinato in tempo zero. 

La Bella, ovviamente, prende subito il sopravvento. 

Viene ricoperta di ogni attenzione e di ogni ricchezza ma non gliela dà perché viene da una storia di tre anni con un tipo e non se la sente, ha paura di soffrire. Si fa installare però uno specchio da 52 pollici col digitale fiabesco in modo che possa vedere la sua famiglia, tipo grande fratello. 

Un giorno vede che il babbo sta male, e chiede alla Bestia di tornare a casa. 

Bestia [mettendo un dito nell'ombelico e poi annusandolo] : – Ma poi torni? 

Bella: – Certo! 

Bestia [pisciando su un muro]: Ok, ma torna entro una settimana, altrimenti muoio di crepacuore e non firmo il testamento a tuo favore. 

Bella torna dal padre, ma le sorelle sono invidiose più di prima: loro si sono sposate perché oramai vicine ai quaranta, ma non sono felici. Bella, rimasta single, è tutta agghindata e dimostra dieci anni di meno. 

Allora decidono di trattenerla a chiacchiere oltre la settimana che lei aveva accordato con la Bestia. Bella, in preda ai rimorsi e al panico di non diventare erede unica, corre al castello, ma trova la Bestia morente di dolore. 

Bestia [soffiandosi il naso nella camicia]: – Muoio! 

Bella: – (oddìo mi devo inventare qualche stronzata per convincerlo a firmare il testamento)… No, non morire! Io ti sposerei pure! 

A quelle parole, la Bestia si toglie la maschera, sotto c'è Tom Cruise che dice: – Ho registrato tutto, ora mi sposi. 

Bella dice: – Poteva andarmi peggio, sei molto figo, ma perché sposarsi? 

ex-Bestia: – Sono ghèi e ho bisogno di una moglie di facciata. 

Bella: – Ah quindi non te la devo dare. Meno male. 

E vissero tutti felici e contenti e la gente diceva "che bella coppia". 

 

p.s.: ovviamente basato sulla favola vera, non sullo scempio disneyano.

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Il Bar del futuro

Il Bar del futuro è situatuo sulla sesta stazione orbitante del quinto anello gravitazionale di Alpha Camelopardis, si chiama M'Akkamp'oh, che nel dialetto di quel quadrante significa "Bar talmente piacevole che non andrei mai via di qui". E' il bar più bello e funzionale della galassia, dove tutte le specie cosmiche si incontrano. Può capitare di sedersi al bancone di fianco a un Millebocche di Knuph, il più fenomenale conversatore da bar dell'Universo, oppure avere la sfortuna di sgomitare un Coshì, popolazione di pescatori ballisiti che vi ammorberà con la storia dell'ultima stella cadente che ha catturato nel Mare Luminoso, aumentando immancabilmente dimensioni e peso.

Dietro il bancone del M'Akkamp'oh Bar, c'è la famosissima coppia di baristi acrobatici gemelli siamesi terrestri: Natalino e Klaus. La loro particolarità è di essere nati l'uno in Calabria e l'altro in Trentino, non sono apparentemente uniti da nessuna parte del corpo, ma sono siamesi perché hanno i centri nervosi, neuronali, sensoriali scambiati. Infatti spesso, quando litigano Natalino si tira un pugno in faccia e Klaus stramazza al suolo, quindi questi si da una manata sulle parti basse e Natalino rimane senza fiato. Se ordini qualcosa a Klaus, sarà Natalino a portartela, e viceversa. E' l'unica coppia di baristi acrobatici che litiga perché l'altro ci provi con le clienti. La loro vita è un inferno, ma i cocktail e i caffé che preparano sono magici.

Eccone alcuni:

Caffé Universale
Studiato in anni di perfezionamenti per soddisfare qualsiasi bevitore di caffé, viene servito come segue.

Una tazza piccola in piattino grande con una goccia di caffé e acqua calda a parte con seicento bustine di altrettanti differenti tipi di zucchero, dal dietetico al burlone (in relatà è sale), fornelletto per scaldare la tazzina, reagente chimico B43 per trasformarla da tazzina di ceramica in tazzina di vetro, venti bricchi di latte di temperatura diversa dal freddo polare all'inferno dantesco.

La tazzina è talmente surclassata dalla varietà e quantità di gadget e opzioni, che trovarla diventa un'impresa. Si narra di un cliente che per fare lo spiritoso abbia chiesto, un giorno: "Scusi, mi ci mette dentro un cioccolatino?". Il cliente non l'hanno più trovato, ma da quel giorno, per almeno una settimana, gli antipasti sono stati abbastanza ricchi.

Achtung Bear!
Birra tedesca molto pericolosa. Viene servita da un Orso Grigio che solitamente sbrana il cliente, se inesperto e sotto la taglia media dei Koloss, abitanti del pianeta Kolossum, che amano usare gli orsi grigi come noccioline.

Tequila Kabum
1/4 di tequila
1/4 glicerina
2/4 di nitrato di sodio
Uno shaker

Il cliente versa il tutto nello shaker e agita. Poi solitamente non fa più niente. Senza braccia non è facile.

Il menu del M'Akkamp'oh Bar è ricco di decine di altre prelibatezze, anche da mangiare, come il Panino Ridens, all'apparenza un normalissimo tramezzino con il prosciutto, che in realtà è una creatura aliena che racconterà una serie di barzellette irresistibili, rendendo impossibile mangiarlo, vuooi per la simpatia, vuoi per i crampi alla mascella.

Arrivare al M'Akkamp'oh Bar è facilissimo. Già dopo la terza fascia gravitazionale ci sono le indicazioni. Si prende la A1 in direzione Piacenza, e si va sempre dritti.

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